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Le discoteche sono morte. Viva le discoteche!

23 Luglio 2021
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Il re è morto. Viva il re! Lunga vita al re!

L’epitaffio monarchico di origine medioevale si adatta alla perfezione alla situazione attuale delle discoteche italiane, l’unica attività che non può aprire nemmeno con il green pass.

Discoteche chiuse nonostante il green pass

La situazione è nota: di fatto i locali da ballo sono chiusi da fine febbraio 2020, a parte una fugace parentesi estiva lo scorso anno. Lo scorso 25 giugno il Comitato Tecnico Scientifico aveva dato il suo ok per la riapertura, con una serie di doverose e sacrosante restrizioni – green pass, appunto, limiti di capienza, varie ed eventuali – così come diversi ministri e sottosegretari avevano ipotizzato una possibile ripartenza per il secondo fine settimana di luglio.

Da allora il Governo ha deciso di non decidere e soltanto ieri il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha ribadito che le discoteche non riapriranno. Per sempre, viene da aggiungere da parte nostra.

La morte delle discoteche

Inutile girarci intorno: se i club all’aperto non riescono a riaprire, irrealistico ipotizzare possano farlo quelli al chiuso questo autunno. Se ne riparlerà nel 2022? A quel punto in molti avranno cambiato lavoro, molte licenze da ballo saranno state restituite o messe metaforicamente nei cassetti, così come molte attività chiuderanno in maniera definitiva, con contratti d’affitto stracciati, utenze chiuse e tutta una serie di introiti anche per lo Stato che verranno a mancare.

Tralasciamo la situazione relativa agli artisti che operano nel settore: molti dj spariranno dalla circolazione, magari si tornerà agli anni settanta, quando il disk jockey era uno stipendiato dal locale come il barista e il cameriere. Sempre, appunto, se le discoteche esisteranno ancora.

Le discoteche dimenticate

Come il green pass diventi un lasciapassare per qualsiasi attività sia out che indoor ma non valga soltanto per le discoteche resta davvero un mistero, anche se stupisce sino ad un certo punto. In Italia la nightlife è sempre stata considerata poco o niente da Istituzioni, opinione pubblica e media: un’eredità maturata negli anni novanta, quando le stragi del sabato sera furono ascritte ai locali. Ne maturò un pregiudizio dal quale non ci si è più affrancati e che l’intera categoria non ha mai saputo controbattere, troppo divisi, troppo presa a pensare al proprio particulare di guicciardiniana memoria ognuno per sé ma in questo caso nemmeno con il conforto di Dio per tutti.

Così come è davvero debole l’argomento club culture, che viene talvolta utilizzato per darsi un tono dai soliti quattro addetti ai lavori nella loro bolla autoreferenziale, per quanto possa essere un elemento a favore in una discussione sui social network. Questo non significa che la musica elettronica non sia anche cultura, ma prima di lanciarsi in certe crociate servirebbe un maggior senso della realtà e un minimo di fondamentali in materia di istruzione scolastica, romanzi di formazione e buone letture.

E allora ciao ciao nightlife

Spiace che nessuno abbia compreso che questo è un settore che crea fatturati e indotti importanti, quasi decisivi per un certo tipo di turismo. Si pensi alla Romagna e al Salento quanto ne hanno beneficiato, senza scomodare esempi assoluti quali Ibiza e Miami e festival epocali come Tomorrowland e Ultra Music Festival e – per restare in Italia – realtà quali Kappa FuturFestival, Social Music City, Decibel Open Air e Nameless, giusto per citarne alcuni.

Di questo passo, lo splendido libro Disco Mute, dedicato alle discoteche abbondonate (da cui la foto in apertura, crediti di Anna Arduini) dovrà pensare molto in fretta a una seconda edizione. Del resto un recente report dell’International Music Summit di Ibiza, uno dei ritrovi di categoria più importanti al mondo, ha parlato di un decennio azzerato in questi 18 mesi. Ormai è davvero di troppo tardi per capirlo e porvi rimedio.

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