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Per scrivere devi vivere: intervista al giovane rapper emergente Leonardo Allavena, in arte Alla

2 Agosto 2023
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Oggi parliamo con Leonardo Allavena, in arte Alla, classe 2007, giovanissimo artista rap italiano di Genova. Da quando ha 8 anni suona la chitarra, da quando ne ha 11 canta e oggi, che di anni ne ha 16, sta muovendo i primi passi nel mondo della musica, con tanto di live, singoli su Spotify e professionisti che lo accompagnano nella sua crescita artistica.

Il tuo vero nome è Leonardo, ma musicalmente parlando sei Alla_mp3 o solo Alla: qual è la storia dietro il tuo nome d’arte?  

In realtà non ci sono grandi aneddoti dietro il mio nome d’arte, ma c’è piuttosto una continuità con la mia infanzia. Facendo di cognome Allavena, sin dalle elementari tutti i miei compagni di classe mi chiamavano “Alla” e avendo cominciato a fare musica proprio da bambino, è venuto spontaneo lasciarlo così. Quando è uscito il primo pezzo, infatti, tutto è stato naturale e non ho dovuto pensare a un nuovo nome d’arte, perché alla fine sono sempre stato “Alla” (mp3 l’ho aggiunto per Instagram per questioni tecniche).

Hai iniziato a studiare musica da piccolo: avevi 8 anni quando hai preso in mano una chitarra e 11 quando hai cominciato a cantare. Possiamo dire che la musica ti ha sempre accompagnato nella vita, ma quando hai cominciato a fare rap e perché proprio questo genere?

In realtà io inizialmente volevo suonare la batteria, ma poi sotto consiglio di mia madre ho virato verso la chitarra, che per una persona che scrive e canta è lo strumento che si sposa meglio. La scelta si è rivelata giusta e da lì ho cominciato a scrivere pezzi suonando, anche se si trattava di due cose contrapposte. I pezzi con la chitarra non potevo farli del tutto miei perché non avevo gli strumenti adatti per arrangiarli; quindi, mi trovavo a scrivere pezzi prettamente rap utilizzando delle basi musicali prese da YouTube e pezzi con la chitarra cantati in stile “cantautorato”. Con il passare del tempo ho avuto la possibilità di entrare in contatto con alcuni studi di Genova che mi hanno iniziato a fare registrare in modo professionale e tutto è diventato più semplice. Perché proprio il rap? In primis per esigenza e forse anche un po’ per moda, dato che è il primo genere che ho conosciuto ed è tuttora il genere più ascoltato da quelli della mia generazione.

Devo dire però che da quando ho gli strumenti adatti per arrangiare anche i pezzi con la chitarra, mi sono accorto che il mio stile è cambiato, virando più verso l’indie, l’indie-rap e l’indie-pop.

A livello musicale hai qualche artista a cui ti ispiri o a cui ti sei ispirato? Chi sono i tuoi punti di riferimento artisticamente parlando? 

Ispirato letteralmente no: sicuramente mi sarò ispirato musicalmente a qualche artista ma inconsciamente. Tendenzialmente sono ispirato dalle cose che ascolto: come dico nella canzone Sedici, un tempo ascoltavo solo rap, poi mi sono spostato verso l’indie italiano, specialmente Frah Quintale e Calcutta. Col passare del tempo mi sono immerso anche nel cantautorato italiano, specialmente quello di Genova, che oltre a essere oggi la patria del rap (penso a un Tedua o a un Izy) è stata la patria del cantautorato: Fabrizio De André e Gino Paoli in primis.

Diciamo che non ti poni limiti generazionali nella musica e ti piace conoscere più realtà, cosa non scontata considerata la tua giovanissima età

Sì assolutamente. Spazio molto tra i generi e pensa che quando esco con i miei amici ci capita spesso di cantare a squarciagola Amore disperato di Nada!

Scrivi: «Faccio il liceo scientifico così potrò studiare ancora, che non vai da nessuna parte con solo il diploma». Rispetto a questo, hai già qualche piano per il futuro o il tuo obiettivo è vivere di musica?

Risponderti che vorrei fare solo musica è forse la cosa più scontata del mondo. Sicuramente lo vorrei, ma sarà fattibile sono se arriveranno risultati concreti. Sul futuro non ho chiarezza, ma penso sia una situazione piuttosto comune nella mia generazione. Potrei continuare a studiare e fare musica contemporaneamente e spero di trovare qualcosa che mi piaccia: vedremo!

Hai già fatto qualche live e hai anche aperto alcuni concerti a Genova: che cosa si prova a stare sul palco e qual è l’impatto emotivo nel vedere la folla davanti a te?

La prima volta è capitata poco più di un anno fa, quando il Goa Boa Festival mi ha chiamato ad aprire il concerto degli Psicologi all’Arena del Mare (Porto Antico di Genova) dopo avere sentito il mio pezzo Estate a GE (As It Was Rmx) e devo ammettere che è stata una bella botta emotiva. Ero abituato a cantare davanti allo specchio ed era una vita che sognavo quel momento: zero tensione, ma tanta adrenalina.

«A sedici anni ti odiano tutti, ci sentiamo tutti troppo brutti, siamo condizionati dal giudizio altrui». È interessante notare come dentro una semplice frase ci sia verità e attualità insieme. C’è qualche episodio che ti ha portato a scrivere questo verso?

Il concetto dell’odio è legato prettamente a un concetto di “giudizio” e di “pregiudizio”. Capita che tutti quella della mia generazione siano considerati in un certo modo perché: «i giovani sono così», ma non è vero. Qualche giorno fa ho aiutato una signora a portare la spesa sotto il sole cocente ed è rimasta quasi sorpresa, come per dire: «Ah ma allora non sono come spesso la tv e i media li raccontano». Sull’estetica in passato sono stato giudicato per il mio stile, mentre adesso capita che diverse persone (che considero conoscenti e non amiche) mi chiedano solo come va la musica, senza interessarsi realmente a come sto io. È come se ora che faccio musica, io sia stato inscatolato ed etichettato solo come “quello che fa musica rap e solo quello deve fare”: ma come faccio a darmi un’etichetta se ancora mi sto scoprendo?

Nei tuoi testi torna spesso il concetto di “paranoia”, ma parli molto anche dei social: quali sono le paranoie che avvolgono la mente di un sedicenne e come vivi il mondo online?

I social sicuramente non hanno aiutato la mia generazione sotto tanti aspetti. Le paranoie e il mondo online spesso viaggiano insieme: banalmente mi capita di entrare su Instagram, vedere qualche storia di persone che reputo amiche strette fare cose insieme senza di me e penso al fatto che non mi hanno chiamato e ci rimango male o, meglio, mi faccio le paranoie. Oppure quando sei a casa da solo perché la tua compagnia aveva altri impegni, entri su IG e vedi che tutti i tuoi coetanei fanno cose, lì ti senti la persona più sola al mondo. «Passo ore a confrontare le vite degli altri, senza guardare ciò che ho davanti. Tutti felici, tutti perfetti, io che metto foto senza gli effetti solo gli amici più stretti»: il succo è tutto qui e penso sia una sensazione molto comune nella mia generazione.

Per quanto riguarda l’uso dei social sicuramente Instagram è quello che utilizzo di più, ma soprattutto per una questione lavorativa. Per fare girare le mie canzoni ho bisogno di Instagram e se oggi non hai un profilo curato, un’immagine coerente (e qui ringrazio le persone di cui mi sto circondando che mi aiutano con la grafica, le registrazioni e i ) e un certo numero di follower, hai meno possibilità: questa è la dura realtà. TikTok lo uso solo quando escono i pezzi, poi lo disinstallo perché so che ci passerei tre ore scrollando video e se devo ridere per un video preferisco andare a vedere uno spettacolo di stand-up comedy.

E il tuo rapporto con la scrittura? Come vivi l’ispirazione e dove scrivi le tue canzoni?

Fino a qualche anno fa scrivevo solamente su carta, ma crescendo ho cambiato metodo e sono passato allo smartphone. Essendo consapevole di essere disordinato, non potrei mai portarmi in giro il quadernino perché rischierei di perdere tutto; quindi, le note del telefono sono sempre un’ottima soluzione. Non scrivo tutti i giorni, ma quando scrivo mi capita di buttare giù frasi brevi, strofe complete o canzoni. Lo faccio solo quando ho qualcosa da raccontare, non posso forzarmi se non ho nulla da dire: per scrivere devi vivere. Guarda caso, infatti, il periodo del lockdown per me non è stato fruttifero, anzi, rispetto a tanti artisti che ci hanno scritto sopra interi album, io non ho scritto nulla proprio perché non ho vissuto.

Paravento è il tuo ultimo singolo: ti va di raccontarci un po’ l’idea e il significato?

Ho sempre voluto scrivere una canzone sul paravento, perché banalmente me lo sono sempre portato dietro. A Genova, infatti, vanno molto le case con le porte a vetri; quindi, il paravento diventa di vitale importanza per avere un minimo di privacy. Da qui è poi nato il gioco di parole tra “paravento e paranoie”. Il pezzo racconta la tipica estate di un sedicenne che vuole stare leggero e tutte le paranoie che ha durante i 9 mesi di scuola le nasconde dietro il paravento per godersi il sole. La leggerezza è la chiave della canzone, che per altro finora è una di quelle più soft a livello di testi. Era azzardato fare uscire un pezzo il 14 di luglio, ma vedo che sta andando bene e per la prima volta sono entrato in una playlist editoriale, Scuola Indie.

Che cosa ci dobbiamo aspettare ora? Che cosa bolle in pentola?

Sono in programma nuove uscite, tutti singoli. Per qualcosa di più grande ci sarà ancora da attendere.

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