Adrian è stato il più puro esempio di trash della tv italiana di tutti i tempi

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2 Dicembre 2019
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Era più o meno il 2009 quando cominciarono a trapelare le prime notizie relative a una serie animata ideata da Adriano Celentano, un vero e proprio anime italiano. Il sottoscritto, come altri all’epoca, era elettrizzato all’idea. Ma poi…

L’antefatto

Il Molleggiato, nell’arco degli anni precedenti, aveva condotto una serie di programmi di successo, quindi era quasi naturale provare una simile fibrillazione per questo progetto, all’epoca così avanguardistico. Ci sarebbe anche da dire che a quei tempi andava di moda abbreviare “non” con “nn” e scrivere “ke” al posto di “che”, quindi è probabile che i gusti popolari di quel periodo fossero discutibili.

I rumors, però, rimangono tali finché, ad inizio 2019, vengono mandati in onda i primi spot che mostrano questo Lochness del panorama televisivo nostrano. Adrian è stato presentato come una distopia futuristica, affidata al tratto distintivo di Manara, alla voce di un Celentano invecchiato di parecchi anni e alle musiche di Nicola Piovani su cui, al netto del contenuto di questo articolo, non c’è proprio nulla di negativo da dire.

L’ultimo spot mostra Adriano Celentano cantare in playback davanti allo specchio, mentre la sua versione animata si avvicina sempre di più. Il tutto a un volume altissimo, scelta di marketing che attira subito le prime critiche.

Il primo episodio

Finalmente, il 21 Gennaio 2019 arriva il primo episodio del cartone, preceduto da un live chiamato Aspettando Adrian…. Il nome del pre-show si fa letterale: dopo i primi forfait di alcuni vip che mollano lo spettacolo, Celentano si trasforma in novello Godot. Lascia il palco a un Natalino Balasso in grande spolvero populista, mentre Nino Frassica e Francesco Scali sono intenti a portare avanti uno sketch metaforico sulla salvezza dell’umanità. Al termine dello spettacolo, finalmente, comincia il cartone. Nessuno però era preparato a quanto è avvenuto sullo schermo. L’episodio, esemplificativo di tutta la serie, mostra dialoghi terrificanti, animazioni a volte perfette, a volte con un massimo di tre frame al secondo e soprattutto la “Mafia international”, azienda malavitosa situata (ovviamente) a Napoli.
E questa è solo la prima puntata.

Il resto è storia

Dalla seconda puntata la trama prende una piega folle, con Celentano che assume l’identità de “La Volpe”, un simil-zorro che soccorre le vittime di soprusi di vario genere a colpi di rime, tango e tanti scappellotti, riuscendo anche a fare dell’onesto victim blaming durante la sua prima apparizione. Il genio però non si ferma qui. Nelle puntate successive abbiamo un altro cambio d’identità, con Adrian che assume le sembianze di tale Darian (sì, avete capito bene) detto “La Befana”, fino ad arrivare agli ecomostri parlanti portati in vita con una grafica da PS1.

I critici televisivi si avventano sul prodotto come avvoltoi su una carcassa, distruggono il progetto sul nascere. Il pubblico, inutile a dirsi, seguì a ruota, in barba alla retorica sui professoroni. La verità è che queste persone non hanno capito niente: Celentano è un genio.

Adrian, infatti, è il più puro esempio di trash che la televisione italiana abbia mai visto, almeno nell’ultimo decennio. Ma cos’è il trash? Perché si abusa così tanto di questo termine? Il pubblico italiano del Duemila è abituato a siparietti d’ursiani, a reality show pieni di aspiranti parassiti del jet set che sperano di guadagnarsi un posto al sole coprendosi di ridicolo. Pertanto, si scambia il grottesco per trash. Laddove il primo è un surrogato della “Locura” della serie TV Boris, un fenomeno da baraccone guardato a distanza per sentirsi un po’ meno scemi in un mondo che si instupidisce gradualmente. Mentre il secondo è un concetto un po’ più complesso.

Tommaso Labranca, in Andy Warhol era un coatto. Vivere e capire il trash (Castelvecchi, 1994) individua i pilastri di un’opera trash: la libertà di espressione del proprio gusto, la contaminazione di più culture, incongruità e massimalismo nel rifarsi a un modello e, soprattutto, l’emulazione fallita. Alla base di questi pilastri vi è una formula matematica che permette di “calcolare” il trash.

Intenzione – Risultato = Trash

In questi termini, è evidente come la Serie Evento rispecchi perfettamente gli aspetti appena illustrati. Celentano esprime liberamente tutte le sue idee e le sue ossessioni, senza preoccuparsi di filtrare tali convinzioni in modo da renderle più fruibili a un pubblico vasto. Dagli OGM alla speculazione edilizia, dalla religione all’arte, Adrian è un manifesto puro e schietto della visione che Celentano ha della società odierna. Il risultato è un impasto dalle mille sfaccettature, un futuro distopico contaminato dalle sue esperienze.

 

L’Italia del 2068 immaginata dallo showman è sia un inferno pseudo-cyberpunk fatto di corporazioni, inquinamento e nichilismo morbido di un’umanità rassegnata a “non godere più della bellezza”, sia un rifugio neorealista in cui l’autore rivive la sua infanzia nelle strade di una città sotterranea rimasta agli usi e costumi del secolo precedente e proposta come un novello Eden verso il quale fare ritorno. La contaminazione è palpabile anche nella scelta dei modelli cui fare riferimento. Nel giro di poche scene, Adrian spazia da combattimenti quasi caricaturali (che potrebbero ricordare JoJo’s Bizarre Adventure), a scene da commedia sexy all’italiana che ruotano intorno alla love story tra Gilda e l’Orologiaio, senza rinunciare a invettive (retoriche) e sotterfugi da dramma politico impegnato.

Preso dalla foga di esprimere quel che vuole dire, Celentano non si cura minimamente di rendere credibile la narrazione. Predilige il significato al significante. La distanza tra i due elementi è abissale. Perché se pure è vero che i principi su cui si fonda Adrian sono “universali” (l’auspicato ritorno a uno stile di vita più sano non è un concetto nuovo alla narrazione italica), è anche vero che essi vengono sviscerati senza coerenza o grazia, senza soddisfare le esigenze narrative richieste dal medium adoperato. Celentano si affida molto (inconsciamente o no) alla sospensione dell’incredulità da parte dello spettatore. Che è costretto a soprassedere ai numerosi buchi di trama e alle incongruenze logiche e dialogiche.

Sono Adrian e faccio un po’ quel catxo che mi pare

In un episodio, la facciata del Duomo di Milano – coperta per decenni da una moltitudine di cartelloni pubblicitari – viene liberata del fardello consumista proprio da Adrian, che non fa altro che schiacciare un evidentissimo bottone con l’etichetta “PREMERE QUI PER DISATTIVARE LA COPERTURA PUBBLICITARIA”. Per quanto potremmo credere che questa scena non sia altro che una metafora per descrivere l’indifferenza degli italiani, talmente ciechi da non riuscire a compiere un’azione così semplice, non possiamo fare a meno di notare quanto sia sbrigativa e sciocca una soluzione del genere.

O, ancora, pensiamo alla terribile forza di Polizia del Potere. Un corpo armato presentato come para-nazista e pseudo-orwelliano, in grado di controllare col pugno di ferro ogni aspetto della società italiana. Che però abbandona ingenuamente un evento sportivo di importanza nazionale solo per inseguire un ex popstar finita in malora e, in questo modo, fornisce ad Adrian l’ennesima ghiotta occasione per raccogliere proseliti. D’altro canto, parliamo della stessa psicopolizia che ha permesso al Nemico Pubblico n. 1 di evadere senza nessun problema da un carcere di massima sicurezza. Insomma, non esiste buco di trama così grande e profondo da esaurire la foga dello showman milanese.

L’emulazione fallita

L’ultimo punto, probabilmente anche il più importante a determinare il valore trash dell’opera, è il concetto, già espresso, di emulazione fallita. Anche in questo caso Celentano riesce a distinguersi da tutti gli altri. Lory del Santo, mentre scriveva quel capolavoro trash della prima stagione di The Lady, pensava in cuor suo di star girando il Twin Peaks italiano. Adrian, invece, non necessita di modelli esterni da emulare in malo modo (al netto delle influenze già citate, che rimangono appunto influenze). Celentano voleva fare di Adrian una sorta di “specchio” in grado di riflettere il proprio ego artistico per mostrarlo a un pubblico più giovane, che non ha potuto vivere gli anni d’oro della sua carriera.

Riprendendo la formula matematica Intenzione – Risultato = Trash, possiamo dire che il risultato non è minimamente paragonabile alle intenzioni dell’artista. Le già citate pessime animazioni, le sceneggiature alla Occhi del cuore, le argomentazioni grossolane e banalizzate hanno reso Adrian quel che è. Un’intensa avventura emotiva nell’immaginario di un anziano che, volente o nolente, è stato protagonista della cultura popolare italiana e ora ragiona sul tempo che passa, sulla sua carriera e sul mondo che lascerà ai suoi eredi. Alla fine della fiera, Adrian non è un prodotto da dimenticare ma, piuttosto, un probabile futuro cult.

E la solita, vecchia soluzione dei Millennial

Insomma, è facile fare TV spazzatura con ignorantoni, bonazze e tradimenti, molto più difficile è portare avanti un progetto ormai anacronistico ricco di buone intenzioni, ma espresse nella maniera peggiore che più si addice ad un uomo di 80 anni. Celentano ci parla della società odierna con un candore quasi tenero, con un insieme di tematiche da sempre appartenenti al suo portfolio artistico, identificando quindi la modernità col male assoluto. Ma se molti miei colleghi accolgono questo messaggio con articoli riassumibili nel simpaticissimo e per nulla scontato meme “ok boomer”, io accolgo a braccia aperte il messaggio del ragazzo della via Gluck. Perché, signori miei, tra una pessima animazione ed un ingenuo razzismo di fondo, Celentano ha ragione. Il mondo sta andando a rotoli, l’inquinamento ci ucciderà tutti e l’umanità tutta sta lentamente sprofondando in un vortice di cattiveria non necessaria. Insomma, è ora che si faccia qualcosa per cambiare. Peccato che, come molti suoi coetanei, Adriano dia soluzioni sciocche e superficiali, quasi da cantiere.

Cosa ci resta da fare allora? Seguire i consigli di un vecchio cantante? No, da buoni Millennial non ci resta che goderci lo spettacolo decadente che si dipana davanti a noi facendo battute sagaci, ed urlando “ok boomer”. Questo sì che romperà i maroni alla direzione. *

 

 

 

*Questo articolo è stato scritto a quattro mani con Giovanni Lopriore

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