Veronica Marchi, essere millennial e cantautrice nel 2018

16 giugno 2018
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Veronica Marchi è una giovane cantautrice millennial veronese. A 35 anni può già annoverare 5 produzioni, di cui 4 di inediti, e diverse esperienze molto intense, tipo X Factor 10. Vive di musica e per la musica, ecco cosa ci ha raccontato

Veronica, come vive una millennial il mondo della musica italiana?

Cerco da sempre di barcamenarmi per portare avanti il mio progetto. Da troppo tempo, ormai, lo vedo come un ambito molto povero, nel senso della comunicazione… è davvero difficile, ormai, comunicare a livello superiore e questo lo vedo come l’ostacolo più importante per noi trentenni che abbiamo scelto questo mestiere.

In che senso?

Io non credo che le persone di questa generazione siano così povere come sono descritte, credo che il pubblico sia lì ad aspettare di ricevere un messaggio e che da parte nostra manchi il metodo per fare arrivare quel messaggio..

Tu mandi messaggi?

So di essere fortunata perché vivo in una realtà piccola, Verona dove sono cresciuta, una realtà che mi piace e nella quale amo lavorare per migliorare e cambiare le cose in questo tessuto sociale. Sono una cantautrice, nell’accezione classica del termine, racconto le mie storie che nascono da un vissuto quotidiano che diventa canzone.

Mancano bei testi, però, qual è il problema dei musicisti millennial con i testi?

Oggi ho raggiunto un equilibrio con il mio modo di scrivere canzoni, ho capito che non potrei mai snaturare la mia modalità di scrittura e di racconto quindi compromessi zero. Altrimenti non riuscirei a trasmettere il messaggio che voglio.
Magari ci metto più tempo, magari ci vuole più pazienza visto che non mi adatto molto al mercato attuale, ma io sono così. Questioni di scelte. Confrontandomi con autori coetanei o più giovani, ragazzi che hanno nel cuore quest’attitudine, e ce ne sono, te lo garantisco, noto come questa esigenza di essere se stessi anche nella scrittura di un pezzo è fortissima. Ci vuole soltanto la costanza di restare sul pezzo, crederci sempre e prima o poi il risultato arriva…

Prima o poi… certo. Ma si dice che che per i millennial la pazienza sia un esercizio molto difficile. Poi magari Verona, pur bellissima non sarà il posto perfetto per vivere di questo lavoro… O no?

Io ho iniziato prestissimo a fare live, avevo 14 anni, quindi posso dire che nel tempo mi sono creata un giro di contatti, Ho appreso l’arte di aspettare. Nel frattempo ho iniziato presto anche a far concorsi in giro e, verso i 18 anni, ho cercato un lavoro “normale” proprio perché avevo la convinzione di non poter vivere di musica da queste parti.

Invece?

Invece mi sono resa conto che quel tipo di vita non faceva per me. Mi sentivo soffocare e ho deciso di giocarmi le mie carte, fino in fondo. Scoprendo e imparando peraltro, anche cose diverse dalla mera attività di proporre ciò che scrivevo e producevo.

Quali cose?

Per esempio ho scoperto una vocazione all’insegnamento della musica. Ho capito di poter trasmettere agli altri ciò che so. Da qualche anno poi mi sono anche buttata, con buona soddisfazione, nel settore della produzione incontrando tantissimi giovani artisti. Ho avuto anche la possibilità di seguirli indicando loro la strada. Insomma, musica a tutto tondo perché questa è la vita che amo!

Hai 20 anni di esperienza, dentro la quale c’è anche il talent show. Che cosa ti ha lasciato?

Appena mi sono ritrovata in quel mondo ho cercato di capire le persone.
Ho incentrato tutto sul discorso umano e ancora oggi ho rapporti con i miei compagni di viaggio a X Factor e con alcuni sono nati veri e propri rapporti di amicizia.

La consideri un’esperienza importante?

Certamente. Io venivo dal mondo indie che, per certi versi, può diventare ghettizzante più di altri. Ero arrivata al punto che eseguire un do maggiore mi sembrava banale e riduttivo. Era una sorta di paranoia che mi stava entrando dentro e che andava a influire negativamente nel mio modo di creare. X Factor mi ha fatto capire come la mia espressione artistica dovesse andare oltre i cliché imposti da un ambito ristretto.
Ho ritrovato l’ariosità del mio modo di essere e ho potuto fare uno scatto in avanti nel mio percorso personale. Diciamo che avevo bisogno di un punto di rottura, di fare un’esperienza non troppo politically correct, per il mondo da cui venivo. E farlo a 33 anni è stato per un verso molto stimolante, per un altro molto pericoloso.

Pericoloso? In che senso?

Rimettersi in gioco davanti alle telecamere non è banale e farlo attraverso performance di 2 minuti, non di più, non è semplice… Se poi ci aggiungi il fatto che ho sempre sofferto il giudizio altrui, ecco che questa palestra mi ha aiutato ad andare oltre tutto questo.
Poi va detto, per guardare il rovescio della medaglia, che dover passare attraverso l’imbuto della tv per farsi conoscere non è un granché. È dannatamente complicato trovare i canali comunicativi giusti, e dover passare attraverso le forche caudine di un talent show è un po’ deprimente.

A 6 anni dal tuo ultimo inedito, ecco la tua nuova fatica, Capita, ce ne hai messo di tempo eh…

In questo tempo che è intercorso dal mio ultimo lavoro mi sono dedicata molto alla vita.
Ho vissuto, ho incontrato persone, ho potuto raccogliere idee ed ispirazioni per poi arrivare a poter raccontare nuove storie con il mio nuovo album.
Sono riuscita a non farmi prendere dall’ossessione del risultato e questo mi ha permesso di arrivare a questo disco.

Nel tuo percorso artistico hai conosciuto i grandi cambiamenti nella produzione musicale, tra la rete e il digitale, è stato complicato?

Esistono tantissimi fattori nuovi, oggi, rispetto a qualche anno fa e io, ad esempio, ho sperimentato molto l’elettronica. Sono una curiosa e mi piace avventurarmi in nuovi percorsi che diano risultati differenti nel tempo, ma che poi arricchiscono il mio bagaglio personale. Rispetto agli anni passati mi manca un po’ lo studio di registrazione. Oggi si lavora anche a distanza e si sta perdendo quello stare insieme in studio. Per questo, con i ragazzi che sto seguendo a livello di produzione artistica, cerco di restare legata a questa modalità “sociale”. Ciò che conta è conoscere le persone che aiuti a crescere perché solo così si può arrivare al risultato. Chi produce e arrangia deve un po’ entrare in simbiosi con l’artista altrimenti tutto resta troppo freddo.

A questo punto aspettiamo il disco a settembre, Capita, poi ci racconterai come proseguirai, ok?

Spero sia un bel racconto, che possa lasciare qualcosa nel cuore di chi mi ascolterà.

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