Quanto dura una storia d’amore? Anche nelle relazioni il posto fisso è anacronistico

L'amore ai tempi del Jobs Act

11 maggio 2018
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Quanto dura una storia d’amore? Poco più di uno stage non retribuito, nel migliore dei casi come un contratto a progetto. Quando vedo una coppia apparentemente felice ancora dopo cinque o sei anni di relazione, non posso evitare di pensare: “non me la stanno raccontando giusta”. Penso che mi stiano nascondendo qualcosa, che accumulino la polvere del loro rapporto sotto al tappeto. Oppure che siano due cerebrolesi.

Siamo stati educati per un mondo che non esiste più, siamo stati programmati per una vita che non può appartenerci. I più svegli tra noi, sul lavoro, riescono comunque a cavarsela. Anzi, sui lavori. Perché magari ne fanno tre o quattro alla volta. Pigliano e partono, cambiano città, cambiano continente. Vivono alla giornata. Sanno che il titolo di studi non è niente più che un vezzo anacronistico, come i titoli nobiliari. Ormai “dottore” e “dottoressa” suonano come “signor conte” e “signora marchesa”. Si sono adattati al nuovo ambiente, come gli elefanti nani del Pleistocene, evoluti per vivere sulle piccole isole del Mediterraneo. Insomma, anche se non troppo spesso, mi capita di incontrare venticinquenni e trentenni soddisfatti degli obiettivi raggiunti nonostante l’orizzonte così schiacciato sul presente, ancora capaci di sognare e progettare nonostante il futuro sia diventato pazzo.

Ma non mi capita mai, a parte le rarissime, sospette eccezioni di cui sopra, di incontrare trentenni adattati al nuovo habitat sentimentale. Quanto dura una storia d’amore ai tempi del Jobs Act? Viviamo tutti una schizofrenia emotiva. Siamo cresciuti con l’idea del posto fisso in famiglia, ci ritroviamo in un contesto di mobilità sessuale. Ci proviamo, a fidanzarci, i più coraggiosi ancora si sposano. E all’inizio è bellissimo. La spesa insieme, le notti abbracciati, prepararsi a vicenda la colazione, innaffiare le piante a cui vi siete affezionati come a dei figli, le abitudini che danno una struttura rassicurante al Tempo, i nomignoli che sanno di casa. L’illusione dell’eternità. Ma poi ci sono i social network e le ragazze che tirano fuori tette, gambe e labbra a bacio ogni minuto, e gli uomini che ci provano su Messenger riciclando poesie di Prevert o versi di trap. Ci sono le app di incontri e quella tossicodipendenza che ti costringe a scartare i volti col pollice, ancora e ancora (tanto le dosi sono potenzialmente infinite), alla ricerca di qualcosa che non sai, qualcosa di perfetto. Ci sono le occhiate per strada, nei locali, sui mezzi pubblici. Quelle occhiate che fino a qualche decennio fa sarebbero state brevissime, dei lampi, che dopo una frazione di secondo si sarebbero abbassate sul marciapiede, tra le scarpe, sulle pagine di un libro o di un giornale. Quelle occhiate che invece oggi ti si piantano dentro e vogliono conseguenze. Come imporsi di restare fedele a un solo corpo quando c’è un intero universo di corpi, tutti diversi, tutti da sperimentare, un intero universo che ti aspetta là fuori e ti chiama per nome (o per nickname)? Come imporlo, soprattutto, al proprio apparato sessuale? Quello non ascolta, erezioni ed emulsioni non sentono le ragioni di padri e madri. E allora ti dici: che dovrei fare, castrarmi, infibularmi? Fino a che punto ha senso rinnegare la propria natura?

E poi ci sono le donne. In era post-femminista. Ancora le nostre nonne, in certi casi perfino le nostre madri, sì che erano maestre di polvere sotto al tappeto. Avrebbero risposto in modo diverso alla domanda su quanto dura una storia d’amore. Campionesse di sospiri, stakanoviste dell’alzata di spalle. L’uomo consentiva di mettere in tavola la minestra e andava fatto sfogare, poveraccio. La separazione era un’ipotesi estrema, che di rado veniva presa in considerazione, se non in casi disperati. Era l’equivalente di un’eutanasia sentimentale. Oggi le donne non possono più tollerare la minima mancanza di rispetto. Come si giustificherebbero con le amiche? Parità. Altrimenti ti salutano e tante care cose, “ne troverò uno che sa cos’è il vero amore”, si dicono. Il guaio è che non lo troveranno mai. Perché la verità è che noi maschi non sappiamo che cosa sia l’amore, nell’accezione femminile del termine. Almeno dopo cinque o sei anni di relazione. Quindi, care coppie felici, potete postare su Instagram tutte le foto abbracciati e i cuoricini che volete, ma a The Millennial non la fate.

 

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