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Eva, la donna che ha scomposto il suo corpo in Nft per la Crypto Art. L’intervista

6 Aprile 2022
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La Crypto Art, si sa, è l’arte del presente e del futuro. È quantomeno doveroso, in particolare per le nuove generazioni, esplorare l’enigmatico mondo dell’arte Nft basata sulla tecnologia Blockchain.  

Il progetto museale Dart (Museum of Dynamic Art) organizza un’esposizione di arte Nft all’interno del Museo della Permanente di Milano, dal 30 marzo al 24 maggio 2022. La mostra di Crypto Art ospita al suo interno una serie di opere digitalizzate che guardano al futuro, sia a livello tecnico che concettuale. L’obiettivo è quello di celebrare la commistione fra rappresentazioni artistiche e intrattenimento virtuale.

Abbiamo parlato con Jacopo Masini, membro e portavoce del gruppo di ricerca DustyEye, il quale espone due dei suoi lavori al “Dart 2121. Nft Art Of The Future”. Uno di questi è proprio Pieces, il progetto che ha attirato la nostra attenzione per originalità e arditezza.

“Pieces, ovvero una modesta proposta per convertire con discrezione la carne in Nft”

Pieces è un progetto curato da DustyEye e Vincenzo Bordoni, che vede come protagonista Eva Generosi, la giovane donna che ha deciso di celebrare il dominio del proprio corpo con un’opera innovativa, provocatoria e, probabilmente per molti, inaspettatamente etica. 

Eva è un’attrice hard con 400.000 follower su Onlyfans (una delle più seguite in Italia). Dopo all’incirca 5 mesi di lavoro e collaborazione con DustyEye e Vincenzo Bordoni, ha dato vita a Pieces, il progetto artistico di scomposizione del proprio corpo in Nft finalizzato alla vendita sul mercato della Crypto Art.

«Eva non vende il suo corpo, vende il suo avatar digitale. Abbiamo individuato tre possibili classi di acquirenti: chi lavora con le speculazioni finanziarie sugli Nft, i seguaci di Eva su Onlyfans e i collezionisti di Crypto Art»,  afferma Jacopo di DustyEye.

 

Il messaggio di Pieces

Ciò che sta particolarmente a cuore degli ideatori di Pieces è esprimere appieno la densità concettuale che caratterizza il processo di trasmigrazione della carne in entità digitale. L’atto della scomposizione e il valore attribuito alle varie sezioni del corpo seguono una logica simbolica che esula completamente dalla volontà di sessualizzazione del corpo di Eva.

Per questo motivo, è importante notare che alle parti dei genitali non è stato assegnato un valore particolare. Seguendo una logica riconducibile a un pensiero spirituale, scopriamo invece che la costola (per un richiamo all’Eva biblica), i tatuaggi e i punti dove sono localizzati i nodi dell’albero della vita hanno un valore economico maggiore. Il processo di scomposizione è stato attuato con precisione clinica, disegnando il corpo e sezionandolo in una griglia equilibrata.

Con il titolo “Una modesta proposta per convertire con discrezione la carne in Nft”, un evidente richiamo a Johnatan Swift, gli ideatori trovano un ulteriore modo per sottolineare che, seppur con la volontà di spingersi oltre, di provocare, di satirizzare sulla polemica che inonda il mondo della nuova “digitalizzazione del tutto”, alla base di questo specifico progetto possiamo trovare nient’altro che umili, onesti e soprattutto etici intenti.

Intervista a Eva, protagonista di Pieces

Abbiamo avuto la possibilità di rivolgere qualche domanda proprio a Eva, la donna emancipata che ha deciso di compiere un salto nel mondo della Crypto Art, sfidando i canoni dell’arte contemporanea con un’idea tanto innovativa quanto provocatoria. 

 

Come ti sei avvicinata al mondo dell’arte digitale e cosa ti ha spinto a ideare e a prendere parte a questo progetto di conversione del corpo? 

Sono anni che mi interesso di Arte, ma fino a qualche mese fa ero solo una spettatrice. Ho iniziato a guardare video in rete per informarmi meglio sugli artisti, ed è così che ho conosciuto Vincenzo, che era l’unico in Italia ad avere un canale dedicato all’arte. Abbiamo pensato di collaborare a un progetto dove ho usato per la prima volta la mia immagine creando degli Nft. Poi, un pomeriggio, eravamo davanti al monitor a guardare il mio avatar 3D ruotare con Jacopo dei DustyEye e scherzando ho detto che, dopo essermi sentita accusata tante volte che con il mio lavoro sto “vendendo il mio corpo”, adesso avrei potuto letteralmente farlo, ma in digitale e come performance artistica. Per me all’inizio era solo un gioco, ma poi ho capito che poteva avere le potenzialità per lanciare una sfida e un messaggio positivo.

Che tipo di reazione pensi possa scatenare nel pubblico un progetto come Pieces, in particolare verso le giovani donne della tua età?  La volontà è quella, come mi verrebbe da ipotizzare, di veicolare un messaggio di emancipazione femminile, ponendoti come simbolo di donna padrona del proprio corpo?

Penso che le mie coetanee non abbiano difficoltà a comprendere questa mia “piccola ribellione artistica”, perché come me ogni giorno sono soggette a pregiudizi e stereotipi legati al corpo. Dal catcalling ai disturbi alimentari, molta sofferenza nasce dal fatto che c’è sempre qualcuno che vuole imporci cosa fare del nostro corpo. 

Non sono la prima a sollevare questo tema, parlo di Marina Abramović e della sua performance Rhythm 0. 1974, dove si è sdraiata nuda permettendo al pubblico di agire sul suo corpo come voleva. Una performance controversa, ma anche molto intensa. Quanto all’essere padrona del mio corpo, credo che con il mio lavoro sia necessario esserlo. Non solo del corpo, ma anche della propria vita e delle proprie scelte.   

 

I recenti fatti di cronaca nera (mi riferisco all’omicidio dell’attrice hard Carol Maltesi e all’occultamento del suo corpo fatto a pezzi) hanno assonanza, solo a livello metaforico, con il progetto che è stato svolto sull’avatar del tuo corpo scomposto in Nft. Come ti poni rispetto a questa vicenda? Emotivamente ha avuto un impatto particolare su di te?

Devo ammettere che quando ho letto la notizia sono crollata, non tanto per l’assonanza con il progetto ma perché è una vicenda raccapricciante. Il lavoro di Carol nell’hard c’entra poco con questo orrore, ci sono mostri ovunque e il femminicidio è un male che va combattuto con ogni mezzo. Quando leggo in rete che l’omicidio è collegato al lavoro di Carol, penso che le si stia mancando di rispetto. Sembra quasi che si voglia giustificare in parte quello che è solo un gesto morboso e folle.

Quanto al progetto, come dicevo, vuole essere proprio un attacco diretto a tutti quei pregiudizi che ci tengono, nel migliore dei casi, ancora legati al passato, ma nel peggiore purtroppo ci rendo vittime.

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