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“Quando le musicassette erano la nostra playlist tascabile, grazie Lou”

12 Marzo 2021
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Il suo nome e cognome – Lou Ottens – sino a qualche giorno ai millennial fa avrebbe detto poco e niente.

Quando però si è diffusa la notizia della morte dell’inventore delle musicassette, avvenuta lo scorso 6 marzo alla veneranda età di 94 anni, per millennial, boomer e generazione X impossibile non aver avuto un sussulto al cuore, a meno di non aver vissuto per decenni ibernati o isolati dal resto del mondo.

Le musicassette brevettate dalla Philips

L’invenzione dell’ingegnere olandese fu brevettata dalla Philips negli anni sessanta e sino alla fine del XX Secolo fu assolutamente dominante, al punto che si stima sia stata prodotta in 100 miliardi di esemplari. Dal 2000 in avanti, con l’avvento dei compact disk e dei file digitali, per la musicassetta iniziò l’irreversibile declino, anche se negli ultimissimi anni ha dato qualche segnale di rinascita, frutto più di strategie promozionali di qualche artista e di iniziative di marketing legate al vintage.

Gli anni delle cassette e dei walkman

Musicassette e walkman, vhs e videoregistratori: negli anni ottanta e novanta sono stati strumenti imprescindibili per il tempo libero e per il divertimento di tutti quanti. Le modalità di fruizione delle audiocassette erano molteplici, così come i suoi utilizzatori erano vere e proprie categorie sociologiche: il perfezionista comprava gli album in vinile e ne registrava una copia al primo ascolto, per conservarne un duplicato che sapesse resistere all’usura del tempo e delle puntine dei giradischi, altri invece si accontentavano di copie di quarta mano di concerti registrati abusivamente – non tutti i bootleg dei live spiccavano per le loro qualità sonore, diciamo così – senza dimenticare i collezionisti di dj set da scambiarsi tra amici.

Erano strumenti, erano un sistema di condivisione di un ricordo, di un’emozione e molto spesso un modo per risparmiare. Si comprava l’album dividendosi le spese, poi si facevano le copie tra chi aveva contribuito a questa sorta di cooperativa spontanea. Per tacere di quando si aspettava l’intervallo a scuola o il cambio di lezione all’università per correre dalla fanciulla più ambita e portarle la musicassetta del suo artista o gruppo preferito. Più difficile il contrario, la parità di genere e le pari opportunità erano ancora di là da venire. E se si toppavano i gusti, erano guai.

Il contrabbando di musicassette per 10mila lire

Certo, non tutti erano spinti da questo spirito solidaristico: per molti avere una registrazione di un concerto o di un set del proprio dj preferito era un modo di fare qualche soldo. Prezzo medio per una cassetta di house o techno 10mila delle vecchie lire (20 euro attuali, indicizzazione inclusa): piazzarne una decina a settimana significava un’entrata extra da non disprezzare.

Al punto che negli anni novanta, quando discoteche, one-night e afterhour iniziarono a farsi largo e a diventare fenomeni di massa, molti deejay fiutarono il business e iniziarono a presentarsi in serata con almeno una trentina di cassette: a qualcuno la cosa poi sfuggì un po’ di mano, al punto che si narra di un dj portato via dai finanzieri allertati dalla Siae appena entrato al locale, in quanto recidivo in queste vendite sottobanco. Se di leggenda metropolitana si tratta, ha comunque un fondo di verità ed è assolutamente ben costruita, con nessun fruscio di fondo.

Senza ovviamente dimenticare la community della ADC, acronimo di Amici della Cassettina, ovvero quelli che negli anni novanta registravano la Deejay Parade di Albertino, appuntamento di culto in onda ogni sabato pomeriggio e che nel linguaggio e nella formazione dei giovani ha inciso al punto da portare il gergo di “Alba Alba” ad essere sdoganato e legittimato dall’Accademia della Crusca.

Le musicassette hanno reso la musica tascabile

Di sicuro l’incidenza storica, culturale e sociale delle musicassette resterà inscalfibile in eterno: merito dell’intuizione di un serio e riservato ingegnere di Eindhoven se la musica è diventata prima tascabile poi portatile. E anche lo stesso concetto di condivisione dei file arriva da lì: prima avveniva di mano in mano, adesso con un semplice touchscreen o caricando un mp3 su qualche nuvola, non tutti si accontentano delle playlist, per fortuna.

Playlist a loro volta nipotine delle compilation che si registravano su nastro, personalizzandole il più possibile. Non cambia il principio, non cambia la ratio: se una canzone, un live, un dj set non possono essere vissuti insieme, che senso possono avere?

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