fbpx

Reunion e tributi, quelli più riusciti e quelli che era meglio evitare per il bene della musica

10 Luglio 2021
133 Visualizzazioni

La musica si evolve? Non sempre. Quando i concerti ed i festival ripartiranno sul serio, si avrà davvero un’offerta all’altezza?

Già in un precedente articolo abbiamo registrato la sensazione che i grandi gruppi siano sempre gli stessi del precedente millennio, quasi si fosse saltata una generazione, così come il panorama globale sembra oscillare tra reunion più o meno opportune e tributi che spesso e volentieri lasciano il tempo che trovano.

Le idee si sono esaurite? Le sette note non sono più mescolabili in modo da produrre qualcosa di fresco e inedito? Oppure si preferisce puntare sul cosiddetto usato sicuro? Di sicuro le idee di questi tempi scarseggiano e «la realtà pullula di giovani cantautori, ma non arrivano a nessuno», come ha dichiarato Francesco Guccini in una recente intervista.

La reunion riuscita dei Led Zeppelin nel 2007

Ogni storia è a sé, così come allo stesso modo non si deve generalizzare: ci sono reunion che sono passate alla storia, come quella dei Led Zeppelin del 10 settembre 2007 allo O2 Arena di Londra, con il batterista John Bonham, morto nel 1980, sostituito dal figlio Jason: i biglietti andarono a ruba – probabile che qualche bagarino viva di rendita dopo quella sera – così come il film e l’album che ne furono ricavati non scalfirono il mito né diedero vita a successive speculazioni.

 

La reunion dei Pink Floyd nel 2005

Altrettanto clamorosa il 2 luglio 2005 la reunion dei Pink Floyd per il Live 8, il one-day festival benefico organizzato da Bob Geldof e Midge Ure, un più che riuscito bis dell’epico Live Aid del 1985. Sul palco londinese di Hide Park salirono Roger Waters e David Gilmour e fu «come andare a letto con la ex moglie», come disse Waters. Per una buona causa i dissidi storici di uno dei più grandi gruppi della storia del rock furono messi da parte.

Una possibile reunion degli Oasis?

Il cerchio si potrebbe chiudere se i fratelli Liam e Noel Gallagher riformassero gli Oasis: le quotazioni in materia dei bookmakers inglesi oscillano, un passo avanti e tre indietro. Mai perdere la speranza, anche se il rischio di vederli sul palco e sfasciare tutto durante le prove sarà sempre da tener presente.

 

Le band che raschiano il fondo del barile

Per tre eccezioni di altissimo livello, esistono tantissimi esempi di gruppi e artisti che si rimettono insieme nella speranza di raschiare il fondo del barile, pregando che i propri fan siano ancora in vita, riescano a comprare l’ennesimo best of e siano ancora in grado di recarsi ai loro concerti, così come le cosiddette tribute band fanno lo stesso effetto delle partite delle vecchie glorie di calcio: non basta chiamarle legends e offrire il pretesto delle beneficienza per partite che non riescono a mascherare il fatto che il passato non ritorna, non può e non deve tornare. Anzi, con certe tristi esibizioni si rischia di oscurare miti e ricordi.

 

Un trend che coinvolge anche i Dj

Un trend che negli anni non ha risparmiato nemmeno i dj, soprattutto quelli ascrivibili al cosiddetto genere EDM, acronimo di Electronic Dance Music, una sorta di sinonimo per la cosiddetta musica da discoteca più commerciale. Nei main stage dei festival non mancano quasi mai – sparati a bruciapelo, quasi mai senza un perché – i successi dei Queen, di Bon Jovi e di tanti altri miti rock; quando i dj superstar torneranno a suonare, qualcuno li fermi e spieghi loro che certi gruppi, certi miti e certi successi vanno lasciati riposare in pace.

Altrimenti si rischia quanto successo nel 2018 a Steve Aoki quando remixò “Bella Ciao”, un’idea partorita dopo il suo utilizzo nella serie tv “La casa di carta”. Ne seguì un’autentica rivolta sui social, anche se in pochi disquisirono sulla qualità artistica dell’operazione: fu soltanto l’ennesimo riflesso pavloviano di chi si reputa sempre e comunque dalla parte giusta della storia.

 

Leggi anche: