La scienza spiega perché guardiamo il True Crime: non è solo curiosità, è “vigilanza difensiva”
Nel biennio 2024-2026, sono stati molti i ricercatori in ambito massmediatico a evidenziare come i prodotti di entertainment basati sul “true crime” siano ormai un fenomeno di consumo di massa trainato da una motivazione chiamata “vigilanza difensiva”.
Studi empirici hanno confermano che il pubblico è composto prevalentemente da donne (dal 70% al 93%), che utilizzano questi contenuti come strumenti informativi per la sicurezza personale o per gestire l’ansia esplorando il male da una distanza di sicurezza.

Profilo dell’appassionato di true crime
Gli studi come quello di Perchtold-Stefan del 2025 indicano che il consumo di true crime correla con tratti di personalità specifici: una maggiore “apertura” mentale e, in alcuni casi, una propensione alla vigilanza difensiva per mitigare la paura del crimine.
Funzione sociale e psicologica
Il genere non è visto soltanto come intrattenimento, ma come una forma di training emotivo che permette di affrontare stimoli avversi. Tuttavia è stato dimostrato anche che un consumo eccessivo può alimentare paranoia, sfiducia nel prossimo e una percezione distorta della pericolosità sociale.
Impatto della “cultura della vittima”
Alcune analisi sociologiche inglesi del 2026 stanno mettendo in guardia contro la violenza “nichilista” alimentata dalle comunità digitali di fan, dove il confine tra indagine, memoria storica e glorificazione performativa del crimine diventa sempre più labile.
Il true crime come industria
Con quasi un terzo dei documentari Netflix dedicati al genere e il primato tra i podcast più ascoltati, la ricerca sottolinea come la narrazione mediatica influenzi attivamente la percezione pubblica della giustizia e della realtà giudiziaria.





















