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Lavorare duro o lavorare smart? Per raggiungere risultati non bisogna farsi il mazzo

28 Settembre 2022
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Lavorare molto non significa lavorare bene. Viene meno la retorica del duro lavoro a favore di obiettivi concreti e misurabili.

Fin dall’infanzia ci spiegano che il duro lavoro è l’unico modo per essere accettati e avere successo. Il mondo si divide in due tipi di persone: i gran lavoratori e i nullafacenti. Spesso chi ha la possibilità di gestire il proprio tempo ricavando momenti di svago viene sarcasticamente tacciato di negligenza, come se la non permanenza continua davanti al computer aziendale determini una mancanza di ambizione e scarse possibilità di successo.

Non importa come, ma quanto

Il vero problema consiste nel fatto che, seguendo questo approccio arcaico, la produttività non viene realmente esaltata. Nessuno si premura di verificare se l’abnorme mole di lavoro abbia portato a risultati concreti, se sia in qualche modo migliorabile o meglio indirizzabile. Ci si accontenta del monte ore, dello sforzo sovrumano, dello stress e degli esaurimenti per giustificare un lavoro apparentemente ben fatto. I titolari, spesso, si rallegrano alla notizia che i dipendenti si sono fatti il mazzo, ma questo garantisce un’effettiva qualità?

Una logica di questo genere ha sempre portato i lavoratori a spingersi fino al limite delle proprie possibilità, trascurando il tempo personale in favore dell’orario da ufficio. Al diavolo la famiglia, il riposo, il divertimento.

Nuove prospettive: niente più work hard, play hard

Essere stakanovisti non è un pregio di per sé e lo potremmo sperimentare valutando a fondo se la nostra produttività sia direttamente proporzionale alle ore di lavoro.

In questo la pandemia ci ha (strano a dirsi) aiutati, obbligandoci a sperimentare nuove modalità di lavoro prima osservate solo da lontano e con grande sfiducia. Abbiamo visto che molti obiettivi sono stati raggiunti grazie a un sistema ibrido tra casa e ufficio, abbiamo acquisito la consapevolezza che fare una pausa non nuoce ai risultati e che andare a recuperare i bambini a scuola non metterà a rischio gli obiettivi aziendali.

La blogger Sam Holstein si premura di sostenere l’avvento del lavoro “smart” citando ragioni storiche e religiose per cui siamo arrivati fino qui. La logica del “lavoro duro” arriva da un atteggiamento punitivo o “educativo” che si distacca totalmente da ogni obiettivo realmente utile.

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