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Breve storia dell’agonia di Snapchat

11 Novembre 2022
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Snapchat ha compiuto 11 anni a settembre. Una veneranda età per una piattaforma social, che la colloca nella seconda ondata (assieme a Instagram), qualche anno dopo Facebook e Twitter.

Eppure il social sembra avere i problemi della terza età già da un po’ di tempo. Ripercorriamo insieme la crisi di Snapchat.

1. Il momento di gloria e la corte di Zuckerberg

Tre miliardi di dollari. Era questa la cifra messa sul piatto da Mark Zuckerberg per acquistare Snapchat. Correva l’anno 2013, l’era d’oro delle acquisizioni di Facebook (non ancora Meta). Nel 2012 il buon Mark aveva comprato, a molto meno, un social in crescita, ma decisamente meno importante di Snapchat, di nome Instagram. Ma il pezzo pregiato rifiutò di piegarsi al gigante, come mai? Forse Evan Spiegel, CEO di Snapchat, sperava di competere ad armi pari contro Zuckerberg, sfruttando quello che allora Snapchat aveva di unico: il suo format. Le Stories, così popolari oggi, non sono altro che un’idea tratta proprio da Snapchat, che ha fatto della durata limitata dei suoi contenuti la sua fortuna. Fatto sta che arrivò il gran rifiuto e Mark fu costretto a tornarsene a casa a cincischiare con il nuovo giocattolino per le immagini. Snapchat era (ed è ancora, in parte) popolarissima tra gli adolescenti, specialmente negli Stati Uniti e il CEO di Facebook sperava di acquisire in toto quella fetta di utenti, considerando la “boomerizzazione progressiva” già in atto sulla sua piattaforma. 

La cosa divertente è che pare che anche Google avesse cercato di comprarla lo stesso anno, con un’offerta di 4 miliardi di dollari, anche questa respinta al mittente. Il colosso di Mountain View, però, non aveva ceduto e nel 2016, poco prima della quotazione in borsa di Snapchat, aveva tentato nuovamente l’acquisizione, mettendo sul piatto 30 miliardi di dollari. Niente da fare.

2. La quotazione in borsa e il podio soffiato da Instagram

Nel 2017 Snapchat si è quotata in borsa, ma le cose non sono migliorate. Quello che sembrava il grande balzo si è rivelato un po’ un azzardo. Con una valutazione iniziale di 24 miliardi di dollari, sembrava ci fossero ancora grandi margini di crescita, ma la favola si è interrotta presto. Già nel 2018 diversi dirigenti si sono licenziati e le azioni sono andate in caduta libera.

Cos’è successo? Diverse cose. Una leadership non sempre all’altezza dei cambiamenti e, soprattutto, la concorrenza del buon Mark. Sì, perché Zuckerberg ha pensato bene, nel frattempo, di integrare il sistema delle Stories su Instagram e successivamente su Facebook, riscuotendo il successo che tutti noi conosciamo. La maggiore versatilità dei due social, oltre al pubblico più intergenerazionale, ha permesso alla galassia Meta di espandersi. Snapchat, invece, è rimasto “confinato” alla sua utenza classica, quella dei giovanissimi. Instagram ha sorpassato Snapchat nell’aprile del 2017, raggiungendo nel 2018 oltre 400 milioni di utenti attivi ogni giorno, a fronte dei 180 milioni del social giallo.

3. Due grossi fallimenti: Spectacles e Pixy

A pesare ulteriormente sulla crisi di Snapchat ci sono stati anche due fallimenti sul lato devices.

Il primo è stato già nel 2017, subito dopo la quotazione in borsa, con il lancio degli Spectacles, occhiali utilizzati per registrare e condividere video sulla piattaforma. Al netto dei problemi di privacy, che hanno affossato anche i ben più quotati Google Glass, l’insuccesso principale è stato causato dal device stesso. Il formato circolare dei video, imitando la visione umana, ha reso di fatto impossibile la fruizione degli stessi su altre piattaforme social, confinando la novità alla sola Snapchat. Con una perdita di quasi 40 milioni di dollari rispetto all’investimento iniziale, gli Spectacles sono prodotti ancora adesso, visto che ne è stata lanciata recentemente una quarta versione, ma oltre a sembrare sempre degli occhiali da saldatore, non paiono aver incrementato il loro successo. Forse c’entra anche il fatto che il nuovo modello non sia acquistabile, essendo destinato solo a pochi (fortunati) creator, sia compatibile solo con iPhone (a causa della tecnologia LiDAR) e la batteria duri meno di mezzora.

Il secondo fallimento, recentissimo, è stato il drone Pixy. Lanciato ad aprile 2022, questo drone simile a una cucina di plastica gialla per bambini doveva rivoluzionare la prospettiva dei video. Come? Semplice: girare tipo moscone attorno a una persona e riprenderla, per poi postare il video su Snapchat. A prescindere dal fatto che di Pixy ce n’era già uno, decisamente più bello, della Clementoni, questo drone inoffensivo ha un’autonomia di circa 10-20 secondi a volo (ne fai sette o otto con una batteria), è leggerissimo (quindi niente video con il vento) e non resiste ad alcuna condizione atmosferica che non sia la giornata modello. Tutto questo per dire che la rivoluzione su quattro eliche non si è vista: dopo appena quattro mesi, Snapchat ha annunciato la fine dello sviluppo di Pixy. 

4. Riuscirà Snapchat+ a risollevare le sorti?

La situazione attuale non promette affatto bene. Le azioni si sono più che dimezzate rispetto alla loro quotazione iniziale e i conti trimestrali sono piuttosto preoccupanti. A dire la verità c’è stata una ripresa nel 2021 e il numero di utenti è rimasto in crescita fino al giorno d’oggi, raggiungendo la notevole quota di 363 milioni. Il problema è che le entrate pubblicitarie sono in continuo calo, aggravate dai tagli alle spese di promozione. Ad agosto Snap, la società che controlla Snapchat, ha annunciato un piano di taglio del 20% del personale, oltre all’intenzione di diversificare le fonti di reddito e puntare sulla realtà aumentata.

Intanto il servizio Snapchat+, la versione premium della piattaforma, è sbarcata in Italia. Questa versione include diverse opzioni di personalizzazione, come la possibilità di variare la durata delle Stories (da un’ora a una settimana). Il costo? 4,95 euro al mese e un milione di utenti già affiliati nei Paesi in cui il servizio è partito. Difficilmente questo basterà a risollevare le sorti dell’azienda, ma in 11 anni ne abbiamo viste di tutti i colori. Una cosa però possiamo dirla: rifiutare i soldi di Facebook e Google ha sicuramente portato male.