Il film di Antoine Fuqua con Jaafar Jackson è un montaggio di 127 minuti che celebra il Re del Pop ignorando sistematicamente “l’elefante nella stanza”. Un’opera patinata che scivola via tra cliché e sorrisi d’ordinanza.
Esistono i film, ed esistono le operazioni commerciali mascherate da cinema. Il nuovo semi-biopic su Michael Jackson, diretto da Antoine Fuqua, appartiene purtroppo alla seconda categoria. Nonostante la presenza scenica di Jaafar Jackson (nipote del Re del Pop) sia a tratti impressionante per mimesi e talento coreutico, la pellicola fallisce nel compito fondamentale di ogni biografia: dirci qualcosa di vero sul suo protagonista.
Un montaggio di cliché lungo due ore
Il film si presenta come un lungo trailer di due ore e mezza. C’è tutto il catalogo dei luoghi comuni del genere musicale: lo stupore quasi mistico dei produttori in studio, i bus dei tour che attraversano l’America, le scalate nelle classifiche di Billboard e i soliti dirigenti discografici in giacca e cravatta che “non capiscono” il genio.
La narrazione segue Jackson dai primi passi con i Jackson Five, sotto la tirannia del patriarca Joe (un feroce Colman Domingo), fino al trionfo globale dello stadio di Wembley nel 1988. Poi, il buio. Il film si chiude con un enigmatico “La storia continua”, lasciando presagire un possibile sequel più cupo. Ma se questo secondo capitolo vedrà mai la luce, dovrà necessariamente cambiare registro: l’attuale agiografia è troppo insipida per reggere il peso delle polemiche che verranno.
Jaafar Jackson: una mimesi perfetta ma senz’anima
Se sul palco Jaafar incarna lo zio con un’intuizione fuori dal comune, è nei momenti privati che il film crolla. Il Michael Jackson lontano dai riflettori emerge qui con un’eterna e monocorde espressione sorridente, una voce cinguettante e uno sguardo vacuo tra animali esotici e libri di Peter Pan.
Il problema non è tanto la recitazione di Jaafar, quanto la scrittura di John Logan: la sceneggiatura non mette mai in discussione i manierismi di Michael, non scava nella sua psiche e non cerca mai la fonte di quel lato oscuro che avrebbe poi segnato la cronaca mondiale.
“È un quadro frustrantemente superficiale e inerte, una sorta di intrattenimento da nave da crociera.”
Cast muto e presenze ingombranti
Mentre Nia Long è relegata al ruolo poco incisivo della madre Katherine e i fratelli Jackson sono poco più che comparse mute, stupisce lo spazio concesso a figure secondarie. L’avvocato John Branca, interpretato da Miles Teller, appare sullo schermo con una frequenza sospetta (forse giustificata dal fatto che il vero Branca è tra i produttori del film). Unico raggio di luce è il cameo di Mike Myers nei panni del presidente della CBS Walter Yetnikoff, che regala un briciolo di irriverenza a un racconto altrimenti troppo serio.
L’elefante nella stanza
Il vero limite dell’opera di Fuqua è l’assenza totale di un rapporto di causa-effetto tra l’infanzia brutalizzata di Michael e il suo comportamento futuro. Evitando accuratamente le controversie e le accuse di abusi che hanno segnato l’ultima parte della vita della popstar, il film finisce per essere un’occasione sprecata.
Persino il video di Thriller, ricostruito nel film, possiede più energia, autenticità e verità cinematografica di questi 127 minuti di celebrazione patinata.
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