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In Italia All or Nothing si può fare soltanto con la Juventus

24 Novembre 2021
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Da giovedì 25 novembre 2021 debutta in 240 nazioni la docuserie che racconta il dietro le quinte dello sport professionistico mondiale. Per la prima volta con protagonista una squadra italiana, la Juventus. L’unica possibile?

Poche realtà sono divisive in Italia come la Juventus: o la si ama o la si odia, non ci sono mezze misure; in pochissimi altri casi ci è trovati di fronte a due fronti così contrapposti e spaccati in due. Forse soltanto Silvio Berlusconi ha saputo in questi ultimi trent’anni far convergere sentimenti così speculari.

Ecco perché la nuova docuserie di Amazon Original per il suo debutto italiano non poteva che scegliere i bianconeri, sia per ragioni oggettive – sulle quali torniamo nei paragrafi successivi – sia per suscitare reazioni ed emozioni eguali e contrarie. L’accanimento, l’ossessione, per non dire l’odio degli antijuventini ha origini antiche e ha preso definitivamente forma nell’era millennial; la causa prossima fu lo scontro in area tra Juliano e Ronaldo il Fenomeno del 1998: per i supporter bianconeri non successe nulla, per il resto d’Italia fu un rigore clamoroso non assegnato.

Juventus, un amore e un odio che partono da lontano 

Nemmeno il Var è riuscito in tempi recenti a smorzare le polemiche; un paradosso, se si va a vedere chi abbia avuto più rigori a favore da quando appunto esiste il Var, così come non resta che sorridere se si pensa che il concetto di “sudditanza psicologica” venne coniato nel 1967 perché gli arbitri furono accusati di avere troppo timore reverenziale nei confronti dell’Inter. Del resto è noto che il vincente trova sempre una soluzione, il perdente una scusa, così come i nove scudetti consecutivi della Juventus hanno reso questa patologia irreversibile. 

Fino alla fine, All or Nothing

Nata per dedicarsi al football americano, All or Nothing si è progressivamente interessata al calcio, con protagonisti ad esempio Manchester City (2018), Brasile e Tottenham (2020), quest’anno Bayern e appunto Juventus, la cui stagione 2020/21 viene raccontata in otto puntate. L’ultima si intitola “Fino alla fine”, autentico hashtag che da sempre caratterizza il dna della squadra che lo scorso anno aveva in panchina un debuttante assoluto, Andrea Pirlo e in squadra un fuoriclasse conclamato, Cristiano Ronaldo. Entrambi – con modalità diverse – da questa estate non sono più parte della Juventus.

Perché la Juventus in All or Nothing?

Ad Amazon hanno spiegato molto chiaramente perché sia stata scelta la Juventus: si tratta una squadra che racconta un intero paese ed è un brand che contiene in sé una prospettiva locale, internazionale e transgenerazionale. L’unica? Piaccia o non piaccia, metà Italia e il resto del mondo la pensano così. Quali alternative potevano esserci? Inter e Milan sono in mano a proprietà poco caratterizzanti e la loro fatica per dotarsi di un nuovo stadio palesano tutte le loro difficoltà nel darsi una prospettiva europea a medio e a lungo termine.

Forse potrebbe avere un senso provare a puntare su solide realtà provinciali come l’Atalanta e Sassuolo, ma in entrambi i casi l’interesse internazionale sarebbe pari a zero. Che altro resta? Forse qualche serie dedicata a personaggi macchiettistici (ci sia perdonata la provocazione) quali i presidenti di Fiorentina, Lazio e Napoli?

Il calcio italiano nel complesso ha poco appeal, nessun investitore straniero di livello si sognerà mai di investirci. Tutto il resto è una semplice conseguenza. E anche i risultati in Champions League lo confermano: il freschissimo 4-0 di Chelsea-Juventus ha mostrato per l’ennesima volta l’abisso esistente tra il nostro calcio e quello europeo. 

La Juventus della serie All or Nothing, una serie che si distingue nei dettagli

All or Nothing non svela niente di clamoroso, nessun segreto da spogliatoio che riveli chissà quale verità scottante: va vista per coglierne i dettagli, il montaggio dinamico e di prospettiva, in modo che ognuno ne potrà trarre tutte le sensazioni e le valutazioni che vorrà.

Tra un Cristiano Ronaldo che calcola con il cronometro anche i minuti nei quali stare al sole e un McKennie che ha nostalgia delle salse americane, ecco un Giorgio Chiellini che passa una giornata con la sua scuola calcio per disabili. Tanti momenti di quotidianità che uniti a tutto il resto danno in parte un’idea di che cosa sia una società di calcio: non soltanto una squadra che va in campo per 90 minuti più recupero, ma vere proprie aziende che curano il proprio brand 24 ore al giorno, sette giorni su sette. E su questo fronte, in Italia, ancora adesso soltanto la Juventus può rispondere presente.

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