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Allenarsi col mental coach sarà il futuro degli atleti

23 Agosto 2021
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Mental Coach: senza te non ci so stare.

Jules Verne aveva teorizzato a metà ottocento un fantastico quanto immaginifico viaggio al centro della terra. Su e giù per i meandri della crosta terrestre con l’unico scopo di arrivare al nocciolo della questione. Scoprire magari un nucleo incandescente fatto di lava e rari elementi della sottoposta terrestre da cui forse avrebbe avuto origine la vita come la conosciamo.

In realtà trovò mostri, insidie e condizioni tali da rendere quasi impossibile se non improponibile l’esistenza stessa. La stessa forma di vita o di vite, di esistenze terrene che hanno ispirato due secoli prima il Don Chisciotte di Miguel de Cervantes e le famose immaginifiche guerre coi mulini a vento.

Quando il mostro è nella testa: serve il mental coach

In entrambi i casi, il mostro era nella testa di chi scriveva e non reale. Allo stesso tempo, i nostri mostri sono nelle nostre teste e non nella realtà circostante. È valido il vecchio motto che dice: conosci te stesso, ecco ti presento il tuo peggior nemico. È quel mostro nella testa dell’individuo che ci fa dire che la mente, mente, sempre, o almeno spesso.

È quel dubbio che si insinua nei meandri del cervello sotto la crosta terrestre della mente di non essere i migliori, di non farcela e a volte di non meritare neppure la vittoria. È come la paura di amare che alla fine ci costringe a un’esistenza in cui non siamo nemmeno degli di essere amati. Perché più dai, tanto ricevi, se dai nulla agli altri figuriamoci a sé stessi.

Nello sport è la stessa cosa, solo che ci sono quelli a cui l’introspezione non è mai servita. Sarebbe stato bello essere, casomai il mental coach di Alberto Tomba, magari a Calgary, anno 1988, con il campione bolognese al cancelletto di partenza, col volto sornione di chi si sente il mondo in mano e l’oro al collo. Eroi d’altri tempi che non si facevano masticare dalle emozioni e che anzi le digerivano senza Buscopan o altra sostanza seratoninergica.

La mental coach Nicoletta Romanazzi

Perché la paura di vincere forse ancora non esisteva. Appare così tal Nicoletta Romanazzi, nome e cognome che sembrano tratti da un film di Virzì e che invece ha cambiato la vita a Marcell Jacobs. È lei la prima figura femminile, dopo madre e compagna, che il campione dei 100 metri olimpici chiama in causa come importante per il suo successo. È la mental coach, la psicoterapeuta degli sportivi che appare praticamente nelle interviste dei campioni di ogni disciplina.

È la mental coach di Sibilio a cui vanno i ringraziamenti per la finale olimpica dei 400 ostacoli, o di Sofia Goggia campionessa di sci senza il cui supporto psicologico non avrebbe costruito una carriera a livello di top mondiali. Ci vuole coraggio e un pizzico di follia per riuscire nella vita, ma se la follia supera il primo allora bisogna ricorre al coach, anzi al mental coach.

Mens sana in corpore sano

In futuro non ci saranno più atleti senza il giusto supporto fisico mentale. Del resto, non s’è inventato nulla di nuovo che non fosse mens sana in corpore sano. Sì, una locuzione che risale al primo secolo dopo Cristo e che nel 2030 varrà più di ogni altro mantra.

Foto in copertina di Gianni Dominici su Flickr

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