Come capire che il noto scrittore non aveva voglia di scrivere dell’Apocalisse Coronavirus

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22 Febbraio 2020
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La supercazzola memorabile sul Coronavirus di Antonio Scurati è il simbolo di come, sempre più spesso, i grandi giornali pensano a torto che uno scrittore sia garanzia di opinioni di spessore

Chissà com’è andata. Forse un cuporedattore del Corriere ha chiamato Antonio Scurati e gli ha chiesto di scrivere un pezzo d’opinione sul Coronavirus. E quello, che stava scolando il riso, si è appuntato mentalmente un paio di frasi sul fatto che tornare al Medioevo è un attimo, da condire con quei due o tre libri troppo polverosi per non essere citati.

Il dramma è che poi Scurati è passato all’azione esercitandosi in un pezzo banale, che non aggiunge niente al niente di questi giorni colpiti da un’arma di distrazione di massa formidabile, com’è, appunto, il Coronavirus. Il titolo: Coronavirus, l’inerzia e l’isteria quando va in pezzi l’idea di modernità. Un pezzo in cui si declama come la fine del mondo in fondo possa arrivare sottoforma di una fiatella insidiosa e non di una roboante esplosione nucleare.

Un articolo pieno e ripieno di allitterazioni e altre attrezzature retoriche, che qui e là fa il verso alla poesia, e cita nientepopodimeno che Diceria dell’Untore di quel maestro incommensurabile di Gesualdo Bufalino.

E poi ci ficca dentro un po’ di mestizia tipica da rappresentante della generazione X :«Da bambini abbiamo sognato i terrificanti funghi atomici dei film sull’apocalisse termonucleare; da ragazzi degli anni 80, quando è finalmente giunto il nostro turno di godere delle gioie sfrenate dischiuse dalla rivoluzione sessuale, arrivò l’Aids a frustrare i nostri ardori».

«Da adulti, infine, è stata tutta una sequela di mucche pazze, pesti suine, tsunami, attentati terroristici e Sars a guastare i nostri giorni di figli prediletti della storia umana».

Sia chiaro, Antonio Scurati è bravo. M, caso editoriale del 2019 (Bompiani) è un bel libro, che merita di aver venduto tanto. Forse l’autore è stato fortunato a pubblicarlo in un momento in cui Mussolini è, un po’ inspiegabilmente, un trend topic. Ma comunque è un libro ricco, lavorato, preciso, che offre un punto di vista relativamente nuovo su un pezzo di storia italiana.

Antonio Scurati però sul Coronavirus non aveva nessuna voglia di scrivere, e si capisce benissimo. Come tutti noi, anche lui non aveva una fava da dire. La colpa non è nemmeno sua, probabilmente, bensì degli opinionifici moderni che sfruttano lo scrittore sperando in un cortocircuito che non arriva.

Se dovessimo sintetizzare in un tweet a uso millennial l’articolo di Antonio Scurati sul Covid-19, suonerebbe più o meno così: «Ci crediamo fighi ma abbiamo paura di morire comunque anche con l’iPhone 11 e tante medicine. O forse ce ne freghiamo di tutto e di tutti e non si sa che cosa sia meglio», fine.

A Scurati e al Corriere opponiamo una semplice riflessione. Se il mondo sapesse vivere nel presente senza l’ansia del futuro e senza il senso di colpa del passato, al medico Jon Kabat-Zinn negli anni 70 non sarebbe venuto in mente di fondare la mindfulness. Che poi è quella disciplina che insegna a distrarti dai pensieri disturbanti per vivere l’attimo.

È più o meno dai tempi di Sigmund Freud, o forse addirittura di Friedrich Nietszche che sappiamo come il nostro cervello ci condanni all’oscillazione tra il panico e l’abulia. Certi pezzi da vecchio giornalismo blasonato non hanno più senso.

Vendere un hamburger da fast food pagando Joe Bastianich per metterci la faccia può anche funzionare. Chiedere a Scurati di spiegarci perché abbiamo troppa o troppo poca paura del Coronavirus, però, sa di presa per il culo, caro Corriere. Per raggiungere un po’ di engagement un istruttore di mindfulness via podcast sarebbe stato molto più apprezzato.

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