Altroché flash mob dei soliti noti! Siamo una generazione di creativi proletari

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24 Giugno 2020
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Sono passati diversi giorni dal flash mob degli artisti pubblicizzato con l’hashtag #iolavoroconlamusica e cosa è successo? Franceschini, Ministro della Cultura, ha ricevuto Manuel Agnelli e Diodato e si è dimostrato interessato alle loro argomentazioni e disponibile ad aprire un bel tavolo di contrattazione. Ovvero: fuffa.

Forse è il caso di prenderla larga e cercare di capire il punto.

Lo stato dell’arte

Musicisti o meno, tutti i lavori dell’arte sono più o meno nelle stesse condizioni e noi Millennial lo sappiamo bene. Mentre scrivo, alla tv in sottofondo, sento le proteste dei fabbricatori di fuochi d’artificio del sud Italia, al collasso quest’anno per l’annullamento di tutti gli spettacoli pirotecnici, le fiere di paese, le sagre. Il Covid li ha messi in ginocchio. Sono saltati pure i matrimoni, gli spettacoli teatrali, i concerti, le manifestazioni e gli eventi. Sono saltate occasioni di guadagno per persone che vivono sospese in questa precarietà continua che sono i mestieri legati al mondo dell’arte. Un flash mob avrebbe dovuto accendere un riflettore su questi lavoratori non tutelati, invece lo ha acceso solo sui suoi protagonisti: Levante, Saturnino, Vasco Brondi, Lodo Guenzi. Di loro troneggiano online i volti compiaciuti su abiti neri a lutto, con la faccia da “io c’ero”, lo sguardo fiero di uno scioperante del 1919 di fronte alle fabbriche.

Quanto è credibile una protesta i cui testimonial sono tra i 50-100 che in Italia ce l’hanno fatta a discapito di quelle migliaia che nessuno si filerà mai? 

L’era dell’autopromozione

Voi mi direte che proprio perché famosi la loro protesta dovrebbe essere a beneficio degli ultimi. Io vi rispondo che quegli artisti erano in piazza per avere uno scatto sui social, per avere il loro nome sul giornale, per rimanere sulla breccia dell’onda, per ottenere una data in più al tour, per promuoversi. Ogni occasione è buona per promuoversi nell’era dell’autopromozione. Quegli artisti erano lì al lavoro. Per se stessi, giustamente. Se non si parla di loro non vendono. E così da trent’anni abbiamo le rockstar che si impegnano in cause umanitarie per posizionarsi in una fetta di mercato i cui utenti cercano delle specie di santi da venerare.

È questa ipocrisia di non volerlo ammettere che fa impressione.

La precarietà creativa

Per cinque anni ho lavorato come fotografo a Milano per un gigantesco gruppo editoriale. Ho sempre avuto contratti a progetto come tutti i miei colleghi e ho vissuto ricattato da un capo pazzo che minacciava di licenziarmi ogni tre per due o abbassarmi lo stipendio. Poi lo ha fatto davvero e ho perso il lavoro.

A quel punto non avevo alcun diritto alla disoccupazione o ad alcun sussidio perché mi avevano costretto ad aprire una partita iva. Per lo Stato ero un libero professionista. 

Invece ero un disoccupato e mi sono indebitato per pagare le tasse che mi erano servite a mantenere il mio lavoro e il commercialista che se ne occupava. Ho dovuto lasciare la città dove vivevo da dieci anni e reinventarmi una vita. Non avevo nessun sindacato a pararmi le spalle. Nessuno a cui chiedere una mano. Altre volte ho pensato: se mi ammalo e devo ricoverarmi in ospedale e star via un mese perdo il lavoro. Per questo lavoravo con la febbre (come tutti) e obbedivo a tutto. Altro scenario: se domani mi rubano l’attrezzatura non posso ricomprarmela e cosa succede? Chiamano un altro che ce l’ha.

A cosa servono i falsh mob dei musicisti?

Sapevo che prima o poi poteva succedere, così come lo sanno tutti quelli che lavorano in quel campo. È profondamente ingiusto e mi sono chiesto sempre come mai non esista un sindacato vero per chi fa mestieri artistici. Ma non solo, mi son chiesto come mai nessun governo ha tutelato queste migliaia di lavoratori.

Per ottenere dei diritti non servono i flash mob ma organizzazioni di categoria, politica, contrattazioni, proteste vere. I cantanti possono andare in piazza e i ministri aprire tavoli tecnici, ma un settore deve fare un’azione compatta, nominare dei veri rappresentanti, prendere decisioni. A me sembra che siamo lontanissimi da questo.