Perché “Una vita in vacanza” è la canzone del reddito di cittadinanza

14 agosto 2018
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Hai voglia a dire sono solo canzonette, il tormentone estivo degli Stato Sociale, Una vita in vacanza, è puro pensiero millennial applicato a un futuro in fondo non così assurdo come potrebbe sembrare.

 

Una vita in vacanza è l’inno, più che di un partito politico, di una generazione post religiosa, post ideologica, post ambiziosa, post depressa, post tutto: al di là del bene e del male.

 

 

C’è stato il tempo di Bandiera Rossa: “Avanti popolo, alla riscossa, ecc”.  Ora non esiste più un popolo, almeno non inteso come era inteso nel ‘900. La classe operaia più che in paradiso è andata in pensione. Quello delle partite IVA non è un popolo, ma un’accozzaglia di individui pronti a scannarsi l’uno con l’altro, che in vacanza non ci possono andare, altrimenti non mangiano. Non solo non c’è più un popolo, ma non c’è più neanche un avanti. Il grande sogno non è più la redenzione messianica del proletariato, ma un paio di settimane in cui non lavori ma ti arriva comunque uno stipendio. Il sogno di riscossa è diventato un sogno di riscossione.

C’è stato il tempo di Meno male che Silvio c’è: “C’è un grande sogno che vive in noi, siamo la gente della libertà”. La maggior parte di quelli che si commuovevano con l’inno erano casalinghe  di Forza Italia erano casalinghe di una certa età, che per ragioni anagrafiche non ci saranno molto più a lungo di quanto continuerà a esserci Silvio (noi ci auguriamo comunque il più a lungo possibile, naturalmente). E il grande sogno destrorso di rivoluzione liberale in Italia si è trasformato in odio destrorso contro quello stesso liberismo: delle banche, dei globalisti, ecc.

E fai il cameriere, l’assicuratore
Il campione del mondo, la baby pensione 
Fai il ricco di famiglia, l’eroe nazionale
Il poliziotto di quartiere, il rottamatore 
Perché lo fai?
E fai il candidato poi l’esodato
Qualche volta fai il ladro o fai il derubato 
E fai opposizione e fai il duro e puro
E fai il figlio d’arte, la blogger di moda 
Perché lo fai?
Perché non te ne vai?
Una vita in vacanza 
Una vecchia che balla
Niente nuovo che avanza

Perché studiare, perché diventare professionista o quello che vuoi quando il fallimento di un modello basato sull’autoaffermazione tramite l’impegno è sotto gli occhi di molti? E poi, come nella favola della volpe e dell’uva, ci si racconta che qualsiasi forma di progresso e miglioria, individuale o collettiva, non è che un inganno. A che serve, dopo tutto, arricchirsi? Non sarà cretino dedicare un’intera civiltà alla crescita del numerino del PIL? Che mai vorrà più dire realizzarsi, come cuoco stellato, influencer, laureato o bioagricoltore? Si è più felici con un punteggio più alto alla laurea o con un punteggio più alto di like per una bella foto da una spiaggia caraibica? La decrescita felice è il paravento ideologico di una generazione che ha perso la fede nell’ambizione. Una generazione a cui anche di decrescere non gliene frega un cazzo. Una generazione che punta piuttosto alla noia felice (che poi questa possa esistere davvero non conta). Una vita in vacanza degli Stato Sociale non è l’inno dei 5 stelle, ma un inno trasversale, che capta un umore diffuso. E’ l’espressione musicale di un’ambizione da sedia sdraio, l’ambizione di ricevere una paghetta dallo stato per vivere senza l’ansia delle bollette, tutti liberi di farsi selfie sugli scogli anche in inverno e di scorrere ininterrottamente le storie di Instagram, senza nessuno che dice se sbagli sei fuori.

 

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