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Squid Game, un (preoccupante?) fenomeno di massa

14 Ottobre 2021
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Enoizulove. Sì, esattamente il contrario di evoluzione.

La sensazione è che con la storia del successo planetario di Squid Game, prima o poi, andrà a finire male. Non voglio fare il vecchio boomer del tipo «io ve lo avevo detto» ma purtroppo la mia fiducia nel genere umano è una risorsa limitata, come l’acqua o il petrolio sulla Terra. E il fatto che nel giro di nemmeno un mese ci siano già stati casi di emulazione in alcune scuole in diverse zone del mondo, con ragazzini che giocano stupidi giochi e puniscono fisicamente coloro che perdono, mi porta semplicemente a rafforzare l’idea di partenza.

Squid Game e la k-culture

L’impatto di Squid Game sulla cultura di massa non è immediatamente verificabile ma ci sarà eccome. Certo, la serie tv lanciata da Netflix è figlia dell’onda lunga della k-culture ma la sua influenza non sarà paragonabile a quella esercitata da Parasite – il film sud coreano vincitore di quattro premi Oscar nel 2020, tra cui quello di miglior pellicola – perché sarà esponenziale. E molto meno potrà essere messo a confronto il “caos” di Squid Game con il legame culturale del k-pop per esempio. L’unico parallelismo possibile con i BTS – il gruppo più noto di pop coreano – lo si può trovare, semmai, nei numeri devastanti di distribuzione.

Il made in Korea ha la capacità di vendere molto e subito. Vuoi perché il mercato asiatico è IL MERCATO ASIATICO e in termini di numeri è imbattibile, vuoi perché anche in Occidente la k-culture è passata dall’essere una curiosità di nicchia a essere un prodotto massivo. Trovare qualcuno che non abbia mai ascoltato Gangnam Style di Psy non è così semplice, per intenderci. E in questo panorama hallyu, ovvero il flusso coreano nel mondo, Squid Game ha confermato la tendenza e si è piazzata come la nuova punta dell’iceberg. I record infranti sono in qualche modo una conseguenza. Gli oltre 111 milioni di telespettatori nei primi giorni di programmazione ne fanno la produzione più vista di sempre al lancio, giusto per dire.

La violenza di Squid Game

Le critiche più aspre contro Squid Game riguardano la violenza crudele e gratuita. Tant’è che ufficialmente è vietato agli under 14; e in qualche maniera la predicibilità, una volta compreso il meccanismo, degli eventi. La trama è questa: oltre 400 persone accettano l’invito a competere a una serie di giochi per bambini per un premio di circa 33 milioni di euro, ovvero 46 miliardi di won coreani. Li vincerà solo uno dei partecipanti e per tutti i perdenti c’è una punizione spropositata: la morte. Un’idea originale che non era piaciuta a moltissimi produttori, il regista sudcoreano Hwang Dong-hyuk si è visto dire no per circa 10 anni da chiunque, fino all’arrivo di Netflix. Piattaforma in grado di risorgere i morti.

Il rischio emulazione con Squid Game

Squid Game, che si è guadagnata di diritto l’appellativo di serie cult, non è solo violenza. O meglio, attraverso la violenza racconta la società contemporanea. E fa un po’ effetto scoprire che tra i primi a notarlo siano stati gli arci nemici di Seul della Corea del Nord. Da Pyongyang l’hanno definita come un esempio della «natura bestiale della società capitalistica sudcoreana». Una metafora «della società iniqua dove il forte sfrutta il debole» e «dove l’umanità è alienata dalla competizione portata all’estremo».

Niente di più vero e, purtroppo, preoccupante. Soprattutto perché il fascino dell’emulazione dei personaggi e dei meccanismi che architettano le trame delle serie tv è ormai dimostrato. Perfino i dalgona, cioè i biscotti mostrati in Squid Game, stanno avendo un boom di vendita e produzione casalinga. E, tra challenge e limiti del pericolo meno rigidi, la presa è sempre più marcata nelle nuove generazioni. L’evoluzione è mutamento, ma anche l’involuzione lo è.

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