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Buffon, Valentino, Totti. Perché gli idoli dei millennial non vogliono smettere?

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3 Aprile 2021
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E il ritiro?

Scalpita come un ragazzino Gigi Buffon (classe 1978): vuole giocare un’altra stagione, per provare ancora una volta a vincere finalmente la Champions League e magari partecipare alla sua sesta Coppa del Mondo. Valentino Rossi (1979) punta al suo decimo mondiale motociclistico (il nono l’ha vinto nel 2009).

Francesco Totti (classe 1976) si è ritirato il 17 luglio 2017, ma nella sua testa non ha mai smesso di rivivere questo suo personalissimo giorno della marmotta: prima con un libro, poi con un documentario, adesso con una miniserie che si conclude proprio in questi giorni, in una sorta di climax discendente che forse sarebbe stato meglio evitare. Fra poco arriveranno graphic novel e cartoni animati?

Idoli e la fatica del ritiro dalle scene: Buffon, Valentino e Totti

Buffon, Valentino e Totti sono soltanto tre tra i più illustri esempi di campioni – idoli assoluti dei millennial – che non si rassegnano a smettere, incapaci di comprendere che il vero fuoriclasse sa capire da solo quando farsi da parte, prima che glielo dicano o glielo impongano gli altri.

Insieme alla sconfitta e all’infortunio, il ritiro è il momento più complicato per un atleta professionista: vengono a mancare l’adrenalina e le emozioni irripetibili create dal sentirsi protagonisti e idoli per milioni se non miliardi di tifosi; dieci, quindici in rari casi venti anni di vita agonistica ai massimi livelli appartengono improvvisamente al passato, non resta che pensare a un futuro che magari consenta di restare nell’ambiente, svernando in qualche serie o lega minore, oppure iniziando una carriera da allenatore, dirigente, alla peggio procuratore.

The last dance, e il “record” di Michael Jordan

Del resto la storia è piena di sportivi che hanno trascinato ben oltre i limiti quella che gli anglosassoni definiscono “the last dance”, definizione non a caso scelta per la serie tv dedicati a Michael Jordan e ai Chicago Bulls e ai loro successi negli anni novanta. In tema di ritiri, MJ ha battuto tutti: ha detto stop non una bensì tre volte: nel 1993, nel 1998 e nel 2003. Nel 1993 si concesse una non indimenticabile parentesi nel baseball, nel 1998 si fermò dopo il suo ineluttabile tiro contro gli Utah Jazz che valse il titolo NBA ai Bulls, forse il canestro più celebre nella storia della pallacanestro.

Stop and go che accomunano Jordan ad un altro mito, Michael Schumacher, che si fermò nel 2006 dopo sette titoli mondiali, per tornare dal 2010 al 2012. In entrambi i casi, i ritorni prima del ritiro definitivo non furono per niente all’altezza del loro nobilissimo passato.

Idoli che si ritirano ma poi tornano

Sempre meglio di chi riprovò ad anni di distanza: il nuotatore statunitense Mark Spitz, vincitore di ben sette medaglie d’oro alle Olimpiadi di Monaco di Baviera nel 1972, all’età di 41 anni (!!!) provò a qualificarsi per i Giochi del 1992 a Barcellona, senza ovviamente riuscirsi né andarci vicino; nel 1991 il tennista svedese Bjorn Born (11 titoli del Grande Slam) si ripresentò sulla terra rossa di Montecarlo dopo aver di fatto smesso nel 1981. Scese in campo con la sua racchetta di legno, quando ormai tutti utilizzavano quelle in grafite: non riuscì più a vincere nemmeno una partita.

Ognuno è liberissimo di trascinarsi sulle scene anche quando il tempo di calcarle è abbondantemente scaduto, così come non spetta certo ai tifosi decidere quando i propri eroi debbano smettere: basta decidere dove collocarsi. Nella cronaca, nella storia o nella mitologia. E per appartenere a quest’ultima categoria ci si deve ritirare al massimo delle proprie potenzialità, non esistono alternative.

Gli idoli che smettono al momento giusto e i più vecchi 

Sono davvero pochissimi i campioni in grado di smettere quando si è ai vertici o comunque al massimo delle proprie forze e potenzialità; il calciatore Michel Platini si ritirò a 32 anni quasi compiuti, così come nel 2016 Nico Rosberg salutò per sempre a 31 anni il circolo della Formula Uno, congedandosi da Campione del Mondo in carica. Diverso il caso del centravanti Marco Van Basten, che si fermò a 30 anni dopo un’infinità di operazioni alle caviglie e due anni di inattività.

All’opposto, una schiera di autentici dinosauri, che hanno detto stop in età davvero avanzata: su tutti il centrocampista inglese Stanley Matthews, che smise a 50 anni esatti e il cestista Karem Abdul Jabbar, sui campi di basket sino a 42 anni. Adesso c’è chi sta facendo addirittura meglio: l’attaccante giapponese Kazuyoshi Miura, 54 anni appena compiuti, è sotto contratto con il Yokohama FC sino all’anno prossimo: dal 2018 è diventato il calciatore più anziano nella storia del calcio professionistico.

 


Autentici esempi di longevità sportiva, merito di madre natura, stili di vita monacali, metodologie di allenamento e tecniche di alimentazione che negli anni hanno saputo rendere gli sportivi professionisti sempre più atleti e sempre più macchine perfette.

Una combinazione di elementi che renderà sempre più lontano il giorno del ritiro per tanti campioni, ma che non riusciranno a combattere lo zeitgeit, lo spirito del tempo attuale, nel quale i social bruciano tutto alla velocità della luce, velocità che nessuno ha saputo ancora né sconfiggere né eguagliare.

 

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