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Il coronavirus fa aumentare i contratti di lavoro? Ecco il paradosso del 2020

Redazione
8 Gennaio 2021
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Quante sono state le assunzioni con la crisi economica da coronavirus?

Non è stato un 2020 positivo per l’occupazione, è scontato dirlo. Ma sarebbe potuta andare molto peggio a guardare i dati dell’Inps e dell’Istat sulle attivazioni e le cessazioni dei contratti dei dipendenti. Nel complesso il saldo, che tiene conto anche delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato, è positivo per 35 mila posti. Si tratta però dell’esito di andamenti opposti, uno positivo, quello dei contratti permanenti, e uno negativo, quello dei contratti a termine. Nel primo caso nel 2020 il saldo positivo è stato di 263mila unità, mentre c’è stata una perdita di 231 mila contratti a tempo determinato.

Quanti contratti sono stati attivati nel 2020?

È chiaro che i numeri sono fortemente influenzati dai provvedimenti sulla cassa integrazione e dal blocco dei licenziamenti che sono stati messi in atto già a fine febbraio e più volte prorogati nel corso dell’anno. Quest’ultimo blocco ha incentivato le mancate assunzioni di lavoratori con contratti a termine, che non a caso sono quelli che più hanno sofferto la crisi, come sempre avviene in recessione del resto.

Basti pensare che nel secondo trimestre, finora, in attesa dei dati sul quarto, il più colpito dal lockdown, le attivazioni di contratti a tempo determinato sono state 1 milione e 168mila, quasi la metà dei 2 milioni e 5 mila di un anno prima. Di conseguenza sono calate anche le cessazioni, che nel terzo trimestre hanno toccato un record negativo, un milione e 382 mila persone. Le trasformazioni in contratti a tempo indeterminato sono anch’esse calate, ma meno, sono rimaste sempre sopra le 100 mila. Segno che probabilmente vi è sempre richiesta di competenze più elevate, specialistiche, quelle che normalmente infatti più spesso sono protagoniste di tali trasformazioni.

Qual è stato l’andamento delle assunzioni?

Solo nel terzo trimestre, quello dell’illusoria ripartenza il saldo dei contratti a tempo determinato è positivo, di 183 mila unità, grazie alla ripresa delle attivazioni e alle minori cessazioni, frutto però in realtà delle poche assunzioni dei mesi precedenti.

Ma i provvedimenti del governo hanno avuto un effetto ancora più diretto in realtà sull’altra tipologia di dipendenti, quelli con contratti a tempo indeterminato. Tra questi ormai da anni attivazioni e cessazioni sono sempre molti meno che tra i precari, il contratto permanente è un po’ un traguardo raggiunto solo da chi ha competenza richieste, non da tutti. Ma nel 2020 questa dicotomia è stata ancora più evidente, il saldo positivo tra assunzioni, cessazioni e trasformazioni è stato addirittura più positivo che in alcuni anni precedenti, come il 2017 e il 2018. Di 101 mila unità il primo trimestre, di 65 mila nel secondo, i 97 mila nel terzo.

Le cessazioni di lavoro negli ultimi mesi

Questo perché grazie a cassa integrazione e blocco dei licenziamenti sono diminuiti allo stesso modo sia i flussi in entrata che in uscita. Per esempio nel secondo trimestre sono state solo 448 mila le cessazioni, di fatto quasi solo quelle volontarie e i pensionamenti, visto il blocco. Questo ha compensato l’ovvio calo delle assunzioni e quello più ridotto delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato.

In sostanza, come accaduto in molti altri ambiti anche il mercato del lavoro è rimasto congelato, non si assume, non si licenzia, o lo si fa molto meno di prima. Il 2021, se sarà l’anno del “disgelo”, vedrà i numeri muoversi molto di più, ma non necessariamente in meglio se come molti prevedono, molte aziende ora sostenute dai sussidi dovranno fare da sole.

(Articolo via truenumbers.it)

Fonte: ISTAT

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