fbpx

La Prima Guerra del Golfo spiegata ai millennial

9 Ottobre 2021
119 Visualizzazioni

Perché? Perché eravamo troppo piccoli per capire, e ora siamo troppo grandi per non sapere.

Parliamo della Prima Guerra del Golfo partendo da un evento attuale. 1-7 Ottobre 2021, la settimana dedicata al IIFF. Sapete che cos’è? Si tratta dell’Independent Iraqi Film Festival, a cui si appoggia una comunità no-profit e una piattaforma online che supporta i film da e riguardo l’Iraq. Si tratta di un’iniziativa fatta da volontari, musicisti, filmmaker e comparse amatoriali. Niente a che vedere con la pomposa Hollywood e i soldi che girano attorno al festival del cinema di Venezia.

Questa è un’iniziativa fatta dai millennial che tentano di sollevare dalla miseria un paese e una storia che in quarant’anni abbiamo dimenticato. O che forse non abbiamo mai conosciuto davvero. E quando ne abbiamo preso coscienza, volgeva al termine. Sempre che ci sia, un termine.

Due domande basic – Perché e cos’è questa guerra

Perché raccontiamo la Guerra del Golfo? A proposito, la potete trovare anche sotto la voce DesertStorm, così come l’aveva battezzata il generalone americano Herbert Norman Schwarzkopf.

Comunque ne parliamo perché proprio con quella guerra è iniziata una specie di effetto domino in una vasta porzione di mondo a cavallo tra Mediterraneo e Asia. C’è un intero, enorme e storicissimo territorio, che va dalle dolci spiagge della Siria alla catena dell’Hindu Kush, dove il conflitto è ormai endemico. E, in linea di massima, ce lo abbiamo portato noi occidentali: questo va detto senza inutili giri di parole.

Ma procediamo con ordine. Di una cosa siamo sempre più convinti: non possiamo capire quanto successo in Afghanistan un mese fa senza prima chiarire alcune situazioni e antefatti che ci porteranno, inevitabilmente, a raccontare quel che ha vissuto l’Afghanistan, vent’anni fa.

Eh, direte voi, ma l’Afghanistan e l’Iraq non sono mica lo stesso paese. No, certo che no. Non hanno la stessa cultura, e tradizioni, e nemmeno avevano gli stessi problemi. Non sono neanche geograficamente vicini, visto che in mezzo c’è l’immenso Iran. Ma sono finiti insieme in un grande calderone internazionale di provocazioni, occupazioni, orrori e povertà. E, come spesso accade ai Paesi che incrociano le armi con gli interessi occidentali, sono destinati a una sorte piuttosto grama.

Che cosa è stata la Guerra del Golfo? Un dittatore regionale, Saddam Hussein, fino ad allora così amico degli Stati Uniti da pensare di poter fare l’impunito nel cortile di casa sua, ecco, ha fatto il gradasso: ha occupato militarmente il Kuwait, uno dei tanti staterelli finti per geografia e tradizioni ma verissimi per gli interessi petroliferi di mezzo mondo.

Qui va detta una cosa che non giustifica il gesto aggressivo iracheno, però lo inserisce in una certa cornice: storicamente, quel pezzo di territorio che ha uno sbocco al mare (a differenza dell’Iraq attuale) faceva parte del grande impero babilonese (do you remember il Tigri e l’Eufrate?). Ecco, rientra in una certa mitologia dell’Iraq sentirsi erede di quella epopea imperiale.

Macerie della Guerra del Golfo – Kuwait

Sta di fatto che il 2 agosto 1990 è messa in piedi un’aggressione militare in piena regola, che viola un bel tot di regolamenti internazionali. L’Onu e il suo Consiglio di Sicurezza emettono la Risoluzione 660 (ritiro immediato dell’esercito) e poi la 661 per le prime sanzioni economiche. Va avanti per un po’ una bella trafila di risoluzioni Onu, fino al cosiddetto ultimatum di fine novembre, che obbliga l’Iraq ad abbandonare il territorio occupato del Kuwait entro e non oltre il 15 gennaio 1991. In caso contrario, una coalizione internazionale a guida americana sarebbe intervenuta.

Così è stato.

Facciamo un passo di lato. Parliamo un attimo di Saddam Hussein. Una cupa figura. La sua lunga carriera lo ha visto protagonista nonché mandante di alcuni fra i più gravi crimini contro l’umanità: ha fatto per conto degli allora amici americani un’assurda guerra all’Iran degli Ayatollah, costata a entrambi un numero esorbitante di giovani soldati.

Ha represso nel sangue le minoranze etniche irachene, per esempio quella curda, senza risparmiare l’uso anche di armi chimiche. Ha imprigionato ed eliminato centinaia di migliaia di oppositori politici, spesso provenienti dalla sua stessa presunta formazione politica e poi naturalmente chiunque si opponesse per motivi religiosi.

Macerie della statua di Saddam Hussein

Bel personaggino, insomma.

Ma due cose gli vanno riconosciute. La prima è che è morto con una certa dignità personale, porgendo il collo con fierezza alla corda che lo stava impiccando. La scena è andata in onda su tutte le televisioni del mondo. Era il 30 dicembre 2006 (quindi quando la prima Guerra del Golfo si era conclusa da 15 anni), e i tutti i telegiornali hanno mandato in onda filmati che riprendevano di nascosto l’esecuzione. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle, l’impiccagione di Saddam Hussein su tutti i televisori in salotto è uno dei ricordi più crudi e sconvolgenti per i millennial come me, che all’epoca compivamo 10 anni.

E la seconda? È che ha inventato un modo di dire da allora in poi rimasto leggendario. Aveva definito lo scontro di terra fra le sue truppe e quelle a guida americana «la madre di tutte le battaglie». Per cui quando adesso sentite dire che quella partita è “la madre di tutte le partite”, che quella moto è “la madre di tutte le moto”, sappiate che il precursore verbale del modo di dire è stato l’orrendo Saddam.

Gli antefatti che nessuno ricorda e una celebre frase di Marx

Quando vi diranno che la Guerra del Golfo è stata portata avanti contro un dittatore sanguinario e obnubilato dal potere, fate attenzione. O meglio: fate un po’ di attenzione, concentratevi solo per quel che riguarda la critica (giustificatissima) al profilo criminale di Saddam Hussein.

Ma nessuno fa una guerra per buttar giù un dittatore, soprattutto se fino ad allora era nella banda degli amici. E quando il 2 agosto 1990 i carri armati iracheni sono entrati nei confini del Kuwait e i paracadutisti atterravano sui grattacieli della capitale, i motivi iracheni per l’invasione erano tutt’altro che culturali, religiosi o politici. Mettiamola così: non è vero che Saddam pensava alla passata grandezza di giardini pensili di Babilonia (una delle Sette Meraviglie del mondo antico). No. Ha carattere militare e una forte valenza economica.

Carrarmato iracheno disarmato

Proviamo a spiegarla meglio. Dieci anni prima, nel 1980, Saddam ha iniziato la rovinosa guerra contro l’Iran, con due scopi. Uno lo abbiamo già accennato: destabilizzare per conto terzi il regime islamico di Khomeini. Il secondo è invece un motivo propriamente interno: allargare i propri confini (se guardate bene, vi accorgerete che tutt’ora l’Iran è grande il doppio dell’Iraq) per ottenere più potere nell’estrazione del petrolio. Avevate qualche dubbio?

Estrarre petrolio, da sempre, significa per i Paesi mediorientali esercitare una leva economica potente sui mercati mondiali. È una manovra forte, come quando decidono di ridurre le estrazioni facendo schizzare in alto il prezzo del greggio. Insomma, significa contare di più.

All’alba del 1988, Saddam Hussein si ritrova in una situazione non invidiabile: ha perso la guerra in Iran e ha uno spaventoso debito con Kuwait ed Emirati Arabi per l’acquisto delle armi usate contro Teheran. Colpo di grazia: alcuni produttori di petrolio (tra cui i suoi creditori) contravvengono alle direttive dell’OPEC, ovvero l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio. Aumentano le quote di produzione e fanno crollare il prezzo dell’oro nero da un giorno con l’altro.

Soldati americani in Iraq – B/N a colori

Non solo Hussein ha perso la guerra, ma il petrolio che ha non vale niente. Di conseguenza, risponde nell’unico modo in cui un dittatore può rispondere. Con un ultimatum. Un ultimatum che prevede la totale cancellazione del debito di guerra, l’assegnazione all’Iraq di alcuni giacimenti petroliferi sul confine e la cessione di certe zone-grigie non ben definite ma proficue e vantaggiose. La risposta del Kuwait è picche. Giovedì 2 agosto 1990 l’Iraq invade militarmente il Kuwait.

E la frase di Marx? È meno famosa di molte altre, ma cade a fagiolo come si dice. Il vecchio Karl ha scritto: «Se vuoi comprendere una situazione reale, lascia i cieli della politica e scendi nell’inferno della produzione».

La reazione immediata, ma inutile, delle Nazioni Unite

Celeri ma inconsistenti. D’altronde anche oggi le Nazioni Unite hanno scarso peso, quando possono – cioè quando chi è nel Consiglio di Sicurezza non mette il veto – alzano il dito e condannano le azioni sbagliate senza realmente tamponare le ferite, o cercare una soluzione comune. In questo caso, forse, la soluzione comune non c’era affatto. Saddam non avrebbe rinunciato a una guerra, c’era in gioco la tenuta del suo potere dopo la rovinosa caduta in Iran. L’imposizione dell’ONU per il ritiro delle truppe irachene dal Kuwait è stata una richiesta mai ascoltata, così come quella successiva del 29 Novembre.

I più preoccupati fra tutti erano gli Stati Uniti. Perché? Perché sono alleati dell’Arabia Saudita, pericolosamente vicina ai territori di guerra e anche la maggiore esportatrice di petrolio per gli l’America. Ancora una volta, avevate qualche dubbio? La prevenzione e salvaguardia dell’Arabia Saudita in quanto giacimento petrolifero sono state il cavallo di battaglia della presidenza di George H.W. Bush prima che le Torri Gemelle dirottassero la sua attenzione verso l’Afghanistan.

Operazione Desert Storm – a terra

Francia, Germania, Italia e altri 26 paesi, tutti contro l’Iraq. Dall’altra parte, un nome famoso per altre vicende, simili ma non troppo e diverse ma non del tutto, Mu’ammar Gheddafi, si schiera con Saddam Hussein ed entrambi entrano per sempre nel mirino (infatti anche Gheddafi finirà malissimo, ma questo sarà materia di un altro articolo).

Come si svolge la Guerra del Golfo, e perché le operazioni militari sono state così enfatizzate

Con la Prima Guerra all’Iraq il mondo conosce due precisi momenti di tensione acuta. Il primo riguarda la cosiddetta “legalità internazionale”, che Saddam ha violato con un’invasione militare. Giuristi di tutto il mondo forniscono supporto all’idea della “guerra giusta”, un concetto che tornerà in seguito anche per altre regioni del mondo. Suona più o meno così: è giusto fare la guerra a chi sta facendo la guerra.

Ben più consistente è il secondo picco di tensione: quella sulle operazioni militari. C’è un motivo tipicamente ideologico: Occidente versus Oriente. Noi siamo qui. Loro sono lì. In mezzo c’è il petrolio. Il resto è cronaca.

Ma il vero motivo che dà un primato a questa guerra è un altro: è la prima guerra in diretta della storia. I boomer e gli ex ragazzi della generazione X raccontano che stavano su di notte per vedere i traccianti sui cieli di Bagdad. È stata una grandiosa play station mondiale. Chi dice che i videogames simulano le guerre vere è rimasto indietro. Con DesertStorm la guerra vera ha copiato i videogames, e non ha mai più smesso.

Bambino Iracheno – 2002

Una piccola osservazione etica sulla Guerra del Golfo

Se siete arrivati fin qui, vuol dire che avete pazienza. Ne approfitto ancora un po’, con una considerazione etica, perché più acquisisco informazioni su questa guerra e più mi sta antipatica. Voglio dire: c’è un’immensa pubblicistica che analizza tutti i motivi e tutte le ragioni, ma al dunque e anche senza essere troppo smaliziati, appare vistoso l’interesse per il petrolio.

Del resto, per cosa dovremmo batterci? Perché il popolo iracheno sta sotto una feroce dittatura? Perché Saddam Hussein ha metodi sanguinari? Siamo onesti. L’ONU ha fatto spallucce finché la guerra non è andata a punzecchiare le risorse petrolifere destinate all’opulenza occidentale. E qui arrivano i toni esaltati e i titoli eroici delle missioni militari. DesertStorm. Tempesta di sabbia. Tempesta di sabbia? Mille bombe al giorno sui civili di Baghdad è una tempesta di sabbia? Questa operazione militare, al di là dei titoli cinematografici che le sono stati conferiti, è stata la più imponente dopo il 1945.

1991 – Carro armato vicino ai pozzi di petrolio incendiati

Si combatteva a terra e in cielo, si colpivano edifici, strutture, ospedali, container, capannoni, fabbriche, città intere. Tutto, tutto, tutto quel che era iracheno era distrutto fatta eccezione per i pozzi petroliferi. Mi sono stancata di dirlo, e prometto che non farò altre considerazioni etiche. Ma sulla salvaguardia dei pozzi, avevate qualche dubbio?

La fine della guerra e la resa di Saddam

Il 22 febbraio del 1991 l’ONU lancia un terzo e finale ultimatum per il ritiro definitivo delle truppe di Saddam dal Kuwait. Quattro giorni dopo, forse perché la Coalizione era comunque entrata nel piccolo staterello petrolifero o forse perché Hussein aveva avuto un momento di lucidità, il dittatore si ritira. O meglio, batte la ritirata di gran lena, rischia di farsi ammazzare dai suoi stessi fedelissimi, e per poco le forze statunitensi non lo individuano. Eppure lo avrebbero eliminato molto volentieri. Sopravvissuto alla vendetta occidentale, il Rais ordina di incendiare tutti i pozzi petroliferi sulla strada del rientro.

È “l’autostrada della morte”, un cumulo di fumo nero, piccole esplosioni continue e un ultimo atto di belligeranza che manda su tutte le furie gli occidentali, sensibilizzati dalla moria di animali, (cammelli, uccelli e pesci) resa molto bene dalle immagini del fotografo del National Geographic Steve McCurry Abbiamo vinto la Guerra del Golfo e comunque bruci il nostro petrolio? Iracheni, militari e civili, vengono bombardati per un’altra settimana, dentro e fuori Baghdad. Perché così impara, il vostro Rais, a boicottare il nostro petrolio.

Steve McCurry – Pozzi petroliferi incendiati

In meno di un mese è tutto finito. Il 28 Febbraio Bush dichiara la liberazione del Kuwait e la fine della guerra; il 3 Marzo Saddam firma il cessate il fuoco, accetta il disarmo e tutte le sanzioni economiche volute dalle Nazioni Unite.

L’Iraq dopo la Guerra del Golfo

È quello che è. Sono le immagini che vedete dal World Contest Photo, i palazzi diroccati pieni di buchi delle mitragliatrici. E poi ancora, i filmati dei militari statunitensi che ridacchiano mentre i bambini a piedi nudi implorano per una bottiglietta d’acqua. E le donne vestite di nero, che camminano con lo sguardo basso mentre agli angoli delle vie gli uomini, tutti smagriti, provano a vendere qualche capra.

Dopo la fine della Prima Guerra del Golfo gli americani si sono insediati nel Paese con le proprie basi militari, mentre l’Iraq è sceso in una miseria da cui non si sarebbe mai più sollevato. Per questo il IIFF è così importante: mette l’accento su un Paese che abbiamo attaccato e abbandonato, e su una guerra che, quarant’anni dopo, fa ancora pagare lo scotto ai suoi civili. I bambini che oggi nascono nella miseria irachena non sapranno quali sono state le cause della loro estrema povertà, analfabetizzazione e esclusione.

L’autostrada della morte – veduta dall’alto

A te, millennial, spero di aver fatto comprendere meglio cosa e perché è successo in Iraq nel 1991. Non è finita così. La seconda Guerra del Golfo era del resto dietro l’angolo, e sarebbe scoppiata nel 2003: con tutte le sue farlocche “pistole fumanti”. Ma questa è un’altra storia, e andrà raccontata la prossima volta.

Perché ci riguarda?

Nel caso a qualcuno venisse in mente di dire: e a noi…? Ce ne frega, ce ne frega. Ci riguarda. È la prima vera guerra in cui l’Italia viene coinvolta in Medio Oriente. Che viene fatta con e nonostante il nostro appoggio. Possiamo anche voltarci da un’altra parte, e continuare a pensare: ma tanto in Iraq è sempre stato così. Come però cantava De André: «Per quanto voi vi crediate assolti, siete lo stesso coinvolti».

Leggi anche: