Il Principe Azzurro non esiste. Un libro sulla più grande bufala della storia

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23 Luglio 2019
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Lo dichiaro subito: io il libro Il principe azzurro non esiste (ROI Edizioni) di Giulio Giacobbe, uscito in questi giorni, non l’ho letto. E non lo leggerò. Le recensioni dicono che il libro, senza essere pesante né didattico, dimostra la tossicità dell’ideale del Principe Azzurro. È per colpa sua se tutte le donne del mondo vivono in attesa dell’uomo perfetto sul cavallo bianco, meglio se alato così che le possa portare ovunque nel mondo con un battito d’ali.

Beh, per quel che mi riguarda è una grande presa in giro o meglio, lo sapevamo già. Non solo il Principe Azzurro non esiste, ma noi ragazze Millennial non lo vogliamo nemmeno. È un libro che nasce vecchio: “Il principe azzurro ha rovinato la vita delle donne più del colera, della tubercolosi e della poliomielite messi insieme… Intere generazioni femminili hanno immolato la loro vita nell’attesa e nella consumazione di un rapporto con un fantasma inafferrabile, che spesso si è rivelato essere un cialtrone, inaffidabile ed egoista”.

 

Io non aspetto il Principe Azzurro perché so che il 90% degli uomini sono dei malparidos (scusate, è bruttissima l’espressione, ma Narcos ha cambiato le nostre esistenze…). Mia nonna Jane mi ripeteva spesso: “Tutti gli uomini sono furbetti, lazzaroni e imbroglioni, Mathilde – lei sì, che aveva classe “lazzaroni” -​ Dicono una cosa e ne fanno un’altra, però senza uomini non si può vivere”. Mia nonna. Nata nel 1926.

Noi donne il Principe Azzurro non lo aspettiamo, non lo cerchiamo e soprattutto non lo vogliamo. Al massimo ne vogliamo 2, 3, 4, 7… uno per ogni esigenza: quello che ripara le tubature e fa i lavoretti in casa, quello che ci porta a fare gite fuori porta, quello con cui fare chiacchiere infuocate tutta la notte, quello che ci consiglia i libri da leggere, quello che si prende cura di noi. Una specie di harem… al contrario.

 

 

 

Non è vero, non vogliamo nemmeno questo. Il Principe Azzurro può anche esistere, ma noi non lo vogliamo. Né uno, né dieci.

Il Principe Azzurro è uno sfigato: per essere attraente dovrebbe almeno essere oro. O rosso. Forse, forse nero. Ma azzurro… ma figuriamoci, chi vorrebbe stare con uno dei Puffi?

Sogniamo il cavaliere – magari dall’armatura scintillante – quello che combatte, non quello che dà gli ordini dal trono. Vogliamo il nostro personale gladiatore che urla: “Al mio via scatenate l’inferno”

Da piccola, nei pochi momenti in cui mi era concessa la TV, guardavo D’Artagnan, non i Puffi. Lui, l’uomo spavaldo, impetuoso e un po’ incosciente, la classica testa calda. Badate, non sto parlando del “bello e dannato”, ma dell’uomo che da giovane è stato un po’ bullo, quello che ora è un po’ selvatico, alle volte, zingaro e sì, un po’ imbroglione, ma mai delinquente, né scombinato.

Vogliamo quelli che si buttano nella mischia, quelli pronti a partire per nuove missioni in qualsiasi momento, a qualsiasi condizione, quelli che non sappiamo come si spostano – di certo non su un cavallo bianco, molto più comodo un aereo, no? – e che non si svelano subito. 

Ed è proprio con loro, insieme ai nostri D’Artagnan, vivendo con il loro impeto, che iniziano i nostri problemi. 

 

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