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Qual è il messaggio di Suburra per i millennial?

2 Novembre 2020
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Da venerdì 30 ottobre la terza ed ultima stagione di Suburra è online su Netflix.

Sei puntate, distribuzione in oltre 190 nazioni, un successo planetario per una produzione italiana, che anche tra i millennial ha suscitato discussioni, chat e pagine social dedicate, con la caratteristica tutta nostrana di schierarsi dalla parte di una fazione o di un protagonista a discapito degli altri con accanimento degno di miglior causa. 

In Suburra convivono, convergono, si affrontano e si scontrano quella che l’efficace comunicazione Netflix ha definito “la profana trinità: Chiesa, Stato, Crimine”. L’imminente Giubileo è la causa prossima di scontri, alleanze e del sangue che scorre ad ettolitri nelle strade di Roma e per il quale santi e peccatori, colpevoli e innocenti sono pronti a varcare ogni limite: non soltanto per i soldi, ma anche e soprattutto per il potere, più per conservarlo che per conquistarlo.

Tutti pronti a tutto, sempre sicuri e decisi in ogni loro azione, giusto qualche tormento interiore che viene rimosso senza troppe titubanze come si fa con la polvere sotto il tappeto. Le interpretazioni sono di alto livello, con il premio per la miglior recitazione che idealmente assegniamo ad uno strepitoso Francesco Acquaroli (Samurai), che a novembre vedremo su Sky nella quarta nuova stagione di Fargo, tallonato in questa personalissima classifica dal sempre più convincente Alessandro Borghi (Aureliano).

Suburra non spiega, non condanna, non giustifica, non assolve

Suburra non spiega, non condanna, non giustifica, non assolve. Non manda messaggi, lascia che sia lo spettatore a trarre le conclusioni. Sono lontanissimi i tempi di Frank Capra e dei film rigorosamente a lieto fine e della divisione tra buoni e cattivi, con i primi che trionfano e i secondi che fanno una brutta fine. Un canovaccio non abbandonato del tutto, ma non più obbligatorio. Una tendenza sviluppata prima nelle serie tv che non nei lungometraggi, per la precisione nel 1978, quando Dallas e il perfido J.R. irruppero nelle tv americane.

In Italia arrivò nel 1981. Primissimi episodi trasmessi dalla Rai, per poi passare a Canale 5 e contribuire come pochi altri alle fortune dell’impero televisivo di Berlusconi. Per la prima volta ci si metteva davanti al televisore e ci si scopriva a fare il tifo per il bad boy (anzi bad man, data l’età di J.R.) di turno.

Altro passaggio fondamentale fu la serie tv Miami Vice (1984-89, in Italia in onda in prima visione sulla Rai), dove il confine tra bene e male si faceva sempre più sottile, dove l’happy end è rimandato nella migliore delle ipotesi al prossimo episodio, e spesso i buoni agiscono anche peggio dei cattivi, scegliendo il farsi giustizia da sé come male minore.

Suburra e il suo esempio

In Italia si è spesso polemizzato sulla mitizzazione dei personaggi di serie tv quali Romanzo Criminale, Gomorra e la stessa Suburra. Cattivi esempi che potrebbero spingere millennial e generazione z ad un’emulazione per raggiungere soldi, sesso e successo? Come sempre anche in questo caso sono nati due schieramenti contrapposti, magari motivati nella loro scelta dalla simpatia o dall’antipatia per Roberto Saviano e per le sue posizioni politiche.

Davvero queste produzioni esaltano cattivi maestri e diffondono cattivi messaggi? Niente di più sbagliato. Basti pensare che quasi tutti i protagonisti finiscono morti ammazzati in una pozza di sangue, spesso traditi da chi sino a pochi istanti prima era il suo più fedele alleato. E chi sopravvive preferirebbe di gran lunga finire sottoterra perché ha perso ogni cosa. Messaggio più forte e chiaro di così…

 

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