La sharing economy è una cagata pazzesca. E il millennial si deprime

The Millennialist
19 Giugno 2019
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Il socialismo sur-reale è affittare tutto e non possedere più niente? L’utopia del liberalismo comunista dei millennial mostra qualche crepa

Omni è una start-up del 2014 che offre agli utenti la possibilità di affittare cose che non si trovano facilmente nella Baia di San Francisco. Ci hanno buttato dentro circa 40 milioni di dollari di capitale di rischio.

Omni, sul proprio sito Web, lancia proclami da Partito Comunista sul fatto che i millennial e sempre di più anche quelli della generazione Z, vogliono esperienziare, non comprare. Che la proprietà delle cose è pesante mentre il loro uso è leggero.

Dunque se uno si trova nella Bay Area, potrebbe se ne ha urgenza, noleggiare una preziosa copia di The Life-Changing Magic of Tidying Up di Marie Kondo. Al prezzo 1 dollaro al giorno.

C’è gente, tipo Charles, che affitta una piccola litografia incorniciata a 10 dollari al giorno, mentre Tom ha appena messo in affitto una copia del film  Friends With Benefits (68% su Rotten Tomatoes) a soli 2 dollari al giorno. Prezzi che non includono le spese di consegna e di riconsegna per i corrieri di Omni che attraversano la città (le tariffe partono da 1dollaro e 99 a tratta).

Il CEO di Omni, Tom McLeod, aveva detto che Omni era rivoluzionario perché permetteva a tutti di mettere a frutto i propri beni, di qualsiasi categoria merceologica. A tutti, soprattutto ai disoccupati temporanei che vivevano lì. Un passo avanti nella teoria del vivere di espedienti. Poi è arrivata la benedizione di Fortune: «Omni potrebbe creare una vera  sharing economy, un’economia di condivisione».

In effetti per un po’ i princìpi dell’economia di condivisione sono stati al centro del modello di Omni: l’app prometteva di sfruttare risorse sottoutilizzate al fine di sostenere un mondo più sano e costruire la fiducia della comunità. Nel 2017 Mc Leod ancora diceva: «Vogliamo cambiare il concetto di  proprietà sul pianeta Terra».

La e-avidity

Ma ancora una volta sta vincendo la e-avidity: a tre anni da questi bei discorsi, la ricerca del profitto ha sepolto le buone intenzioni. Nel 2019, l’attività di Omni può essere riassunta negli slogan serigrafati sui camioncini dei corrieri: «Affitta le cose dei tuoi vicini e guadagna soldi quando loro le affittano a qualcun altro».

La sharing economy, l’economia della condivisione da 10 anni è propagandata come forma altruistica di capitalismo per far fronte al calo dei consumi. Perché possedere la propria auto o telefoni o monopattini elettrici o copie del Capitale di Marx se con l’economia di condivisione permette noleggi agli estranei di tutto il mondo? Si massimizza l’utilità di ogni possesso a vantaggio di tutti.

L’economia della condivisione doveva renderci la vita migliore

In un TED Talk del 2010 Rachel Botsman sosteneva che la chiave di questa condivisione erano i consumi collaborativi. Grazie alla tecnologia, sarebbero avanzate smart community atte a ristabilire quello stile di consumo basato sul faccia a faccia (della serie, il fruttivendolo che conosci da sempre e ti porta a casa la spesa). Epperò anche farlo su scala globale. Botsman ha fatto paragoni senza remore: «La condivisione sta alla proprietà come l’energia solare sta alle miniere di carbone, come il cd musicale sta all’iPod». Un modo per tradurre in una sola frase ciò che l’anelito socialista del secolo scorso ha tentato di realizzare nelle sue 1500 forme.

Ulteriormente tradotto: la proprietà riassume i concetti di vecchio, faticoso, portatore di conflitti sociali. Nel 2013, in piena ubriacatura da Airbnb, Thomas Friedman  suo fondatore proclamava che la vera innovazione di Airbnb non era la sua piattaforma o il suo modello di business distribuito, ma l’elezione della fiducia a vera e propria strategia di mercato.

L’investitore di Uber, Shervin Pishevar nel 2014 sparò perfino la storiella che la sharing economy ci avrebbe riportato all’epoca mitica dei rapporti da villaggio, a basso impatto ambientale.

Oggi, 10 anni dopo, queste promesse sembrano deliri hippy di qualche sciroccato strafatto. E la nuova domanda a cui dare risposta è Perché noleggiare un DVD dal tuo vicino, o possedere un DVD, quando puoi trasmettere i tuoi film online? Perché utilizzare Airbnb per una stanza singola nella tua casa quando puoi subaffittare un intero appartamento e gestire una redditizia impresa alberghiera fuori dal comune?

Uber, Lyft e Airbnb, le startup che hanno puntato sulle promesse della sharing economy oggi valgono decine di miliardi di dollari. Queste società, adesso hanno abbandonato l’argomento della condivisione che ha permesso a questa economia di nascere e proliferare. Spesso ignorando le leggi degli stati per anni. La sharing economy avrebbe dovuto rendere il mondo migliore. Invece, l’unica cosa che condividiamo è tutto sto gran casino che ha creato.

Due o tre cose da sapere per parlare di sharing economy

I primi tentativi: 1995, il sito di annunci Craigslist integra la donazione diretta, il noleggio e la vendita di tutto, dagli animali domestici ai mobili agli appartamenti e alle case.

Dal 2000, Zipcar consente ai soci di noleggiare auto per le commissioni di tutti i giorni.

2004: CouchSurfing, lanciato come organizzazione no-profit, trasforma improvvisamente ogni salotto in un ostello.

Una prima sperimentazione di sharing economy eclettica e talvolta persino proficua. Ma prima dell’adozione di massa dello smartphone non riusciva a penetrare un vero mercato.

Chi ha inventato la definizione? L’introduzione del termine sharing economy si dovrebbe a Lawrence Lessig, che ha scritto Remix: Making Art and Commerce Thrive in the Hybrid Economy. Siamo nel 2008 La grande recessione è appena iniziata e la sharing economy è stata pubblicizzata come una nuova rete di sicurezza sociale.

I contorni del termine non sono mai stati particolarmente chiari. È stato usato vagamente per descrivere progetti peer-to-peer e marketplace virtuali, ma includeva anche vecchi modelli di baratto.

La sharing economy è stato un movimento ampio ed eclettico con obiettivi ambiziosi, anche se utopici.

La rivista online Shareable è stata lanciata nel 2009 per i fan di questo movimento di movimenti, teso a a ridurre il consumo eccessivo e l’impatto sull’ambiente.

Ora, dopo le quotazioni in borsa, è solo una transazione, dicono gli intellettuali della rivista. La sharing economy non ha più bisogno di travestirsi da hippy che sogna di cambiare il mondo.

Tuttavia anche se la condivisione è in gran parte morta, altri modelli di business responsabile guidati dalla tecnologia hanno preso il suo posto: molte imprese continuano a fare la promessa di risolvere le ineguaglianzepromuovere la giustizia e molto altro.

Oggi la sharing economy è stata sostituita dalla blockchain. Quella che la Botsman sostiene essere il prossimo passo nel trasferire la fiducia dalle istituzioni agli estranei.

Come abbiamo fatto a farne senza fino a oggi?

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