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Michele Romeo, la chitarra, la malattia e l’America. Intervista al musicista millennial

28 Marzo 2021
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Per un musicista poter studiare al Berklee College of Music di Boston è sicuramente qualcosa che può rasentare il sogno. Un sogno quasi impossibile da realizzare ma, quando ci si riesce, lo si può definire qualcosa di incredibile. Se a fare tutto questo è un chitarrista non vedente, ecco, tutto diventa ancora più magico e ci fa pensare a qualcosa di eroico.

Michele Romeo, 28 anni, musicista di Mazara del Vallo, è riuscito ad affrontare il suo percorso di studi al Berklee College of Music sicuramente grazie alle sue capacità artistiche ma, soprattutto, alla grandissima voglia di fare ciò che ama e a una tenacia fuori dal comune.

La sua è una storia fatta di grandi sacrifici, sofferenze e di traguardi raggiunti. Una storia che assieme a lui abbiamo cercato di sintetizzare in una chiacchierata davvero intensa e interessante.

 

Michele, a che età hai iniziato a pensare alla chitarra?

Sinceramente non lo so, ciò di cui sono sicuro è che da sempre ho visto questo strumento tra le mie mani, fin dall’età di tre anni. Non ho mai smesso di immaginarlo con me.

 

Indubbiamente il tuo problema legato alla vista ha segnato la tua fase di crescita, come lo hai vissuto assieme alla tua famiglia?

Eh, se ti dicessi semplicemente che è stato “complicato” sarebbe un eufemismo.
Indubbiamente devo molto alla mia famiglia che non mi ha mai fatto pesare la cosa, però, va anche detto che il percorso che mi ha portato alla cecità ha avuto un peso non indifferente.

 

E in tutto questo quanto è servita la musica e la chitarra?

Beh, la chitarra è stata una compagna nel viaggio della mia vita che mi ha veramente dato tantissimo. E, ti dirò, in certi frangenti mi ha permesso proprio di non sentirmi al di fuori del mondo perché quando riesci a esprimere ciò che sei attraverso uno strumento musicale tutto diventa più semplice.

 

Torniamo alla tua fase di crescita, tra musica e lotta per rincorrere la vista che diminuiva, come hai vissuto quei momenti?

La parte legata alla chitarra era un mondo a sé dove tutto ruotava attorno alle band nelle quali suonavo dove nessuno si è mai posto il problema della disabilità visiva; mentre nella vita di tutti i giorni, soprattutto nella scuola, le cose erano un po’ più complesse.

 

In che senso?

Guarda, io ritengo che un docente, sia esso un maestro di scuola primaria o un professore delle scuole superiori, abbia in mano il futuro dei ragazzi a cui insegna e non è possibile che una madre (è successo alla mia) si senta dire: «…Vabbè, signora, tanto suo figlio non ci vede, lo promuoviamo così, senza fare storie, tanto dove vuole che vada».
Ecco, cose di questo genere potrebbero davvero fare danni incredibili in una famiglia e, soprattutto, possono devastare la psiche dello studente stesso che si sente sminuito e trattato come un diverso che non ha futuro.

 

E come avete reagito in famiglia?

Io devo tantissimo ai miei familiari e, nello specifico, a mia madre che ha sempre creduto in me e non mi ha mai tappato le ali. Non ha mai mollato la presa, anche quando i verdetti medici non hanno più dato speranza alla mia vista lei è stata sempre la prima a spronarmi ad andare oltre una disabilità che non ha mai considerato tale.

 

Puoi raccontarci di più in questo senso?

Certo, non ci sono problemi. Alla fine del mio percorso liceale, dopo un calvario fatto di pellegrinaggi in giro per il mondo per cercare di salvaguardare la mia vista (o ciò che ne restava) lei è stata la prima a rendersi conto che dovevo ripartire, costruire il mio futuro. È stata lei che mi ha spronato a partire dalla Sicilia e andare a Milano per iniziare la triennale che mi avrebbe portato a diventare interprete. Ho studiato presso l’Università IULM di Milano. Una madre che dice ad un figlio che ha appena perso totalmente la vista: «Parti, vai a Milano e vivi» è una roba che non capita tutti i giorni.

 

E da Milano come sei arrivato al Berklee College of Music di Boston?

Partiamo dal presupposto che tra i vari viaggi della speranza per salvare il salvabile della mia vista ci sono stati anche gli Stati Uniti e che, suonando da sempre, conoscevo questa realtà, quasi mitologica in Italia, che era il College Berklee. Avevo nel cuore sin da ragazzino il sogno di potermi formare lì. Poi, attraverso varie esperienze, ho vinto una borsa di studio tramite Umbria Jazz. E nel 2016, dopo la triennale a Milano, ho preso strumenti e bagagli e sono volato a Boston, dove ho iniziato il mio percorso di studi in America.

 

Sei arrivato a Boston, cieco assoluto e hai dovuto reinventarti di nuovo da zero in un paese e una scuola completamente diversa dagli standard italiani, come è andata?

È stato più semplice di ciò che si pensi sai? Facciamo un passo indietro: durante il liceo ho conosciuto un’insegnante di sostegno di Mazara Del Vallo come me ,che aveva vissuto moltissimo tempo a Milano lavorando proprio con persone non vedenti (parliamo di 20 anni di esperienza).  Ed è stato con lei, con la professoressa Wanda Ditta, che ho imparato anche quelle nozioni informatiche e ho trovato quegli stimoli utili per poter andare avanti nel mio percorso di crescita. Grazie alla professoressa Ditta ho potuto capire quanto poteva diventare importante il credere in ciò che facevo e perché lo facevo.

Alla fine, tornando al discorso principale, ho sempre continuato a studiare il mio strumento, ho sempre cercato di migliorarmi. Poi quando è arrivata la chiamata da Boston, nonostante il timore iniziale, non ho esitato e sono partito. La voglia di poter coronare un sogno era talmente forte che mi sono buttato a capofitto e ora eccomi qua.

 

Hai dovuto superare un test di ingresso oppure sei andato subito dritto in USA?

Assolutamente no! Prima di esser accettato a Berklee ho dovuto affrontare una dura selezione a Londra, una prova di oltre 2 ore dove mi è stato chiesto di tutto e di più e, ti dirò, dove l’ultimo dei problemi per gli esaminatori era la mia cecità.

 

Come è stato il primo approccio con Berklee?

Guarda, mi sono ritrovato in un ambiente dove non contano le tue difficoltà, ma quanto puoi dare a livello musicale. Ho conosciuto una struttura che mette a disposizione degli alunni tutto ciò che serve. Ti faccio un esempio: appena arrivato al College mi è stata assegnata un’istruttrice di orientamento e mobilità la quale mi ha dedicato 15 giorni per farmi conoscere la struttura e tutto ciò che la circondava per consentirmi di potermela cavare in completa autonomia. Dopo di ciò, il tutto sarebbe stato nelle mie mani e nella mia voglia di arrivare in fondo al percorso.

 

Quindi, se ho capito bene, loro ti danno tutto ciò di cui hai necessità poi, però, devi rimboccarti le maniche.

Assolutamente sì, anzi, ti dirò che la scuola aveva momenti didattici dedicati a chi come me aveva problemi legati alla vista con aule dedicate, computer attrezzati con tutto ciò che serve. Poi, la difficoltà maggiore stava nella sana competizione con gli altri allievi e, a prescindere da tutto, se non ti impegnavi, se non rispettavi le consegne eri fuori.

 

Quindi ti sei sentito alla pari di tutti, no?

Certamente sì ed è stato stimolante al massimo perché ho potuto mettere in campo tutta la mia voglia di arrivare in fondo.

 

Ci sono stati momenti dove hai pensato di non farcela o di smettere?

Sì, ovviamente sì. Non è stato tutto un idillio soprattutto perché in Italia avevo la mia famiglia e proprio nel pieno del mio percorso di studi mia mamma, colei che sempre mi ha spinto verso ciò che sognavo, si è ammalata gravemente di tumore e, proprio mentre ero verso la fine del mio percorso di studi è venuta a mancare. Non nascondo che è stato il momento più difficile che ho dovuto affrontare perché la “caduta” è stata talmente tosta che non sapevo se ce l’avrei fatta a rialzarmi e affrontare la parte finale del mio percorso di studi.

 

Cosa non ti ha fatto gettare la spugna?

In primis, l’amore che ho per la musica e per il mio strumento; poi, sicuramente, il rispetto per la mia famiglia che mi ha sempre sponsorizzato e spinto verso il raggiungimento dei miei sogni e la mia mamma senza ombra di dubbio, che è sempre stata la mia prima fan. Quindi proprio per l’amore per lei non mi sarei perdonato se avessi rinunciato.

 

Evidentemente sei riuscito a trovare la forza e l’energia per arrivare in fondo, ma oggi ti senti più chitarrista o “Music producer”?

Questa è una domanda che mi hanno fatto in molti, però una risposta non la ho perché se arrivo a chiudere una produzione, se ci metto del mio, se arrivo a consegnare al cliente un lavoro dove non ho solo messo le chitarre, ma anche idee sull’arrangiamento e sul mix: ecco che le due cose si miscelano e diventano un tutt’uno.

 

Hai concluso un percorso formativo che pochi musicisti italiani possono ascrivere alle proprie esperienze, pensi di esser arrivato?

Ma assolutamente no (sghignazza – ndr). Da Berklee sono uscito conoscendo programmi come Pro Tools, Logic e Sibelius, ho approfondito il mio modo di suonare e di farlo anche in gruppo. Ma tutto questo non sono altro che le fondamenta. Ora io devo costruire il resto della struttura, della casa diciamo così, continuando a studiare, a propormi come producer. Devo trovare il mio posto in un mondo, quello della music industry, che non è per nulla semplice. Mi è stata data l’opportunità di avere una professionalità la quale, però, deve esser coltivata, fatta crescere senza mai pensare di esser arrivato alla cima del monte perché, credimi, non si arriva mai e non si smette mai di imparare.

 

Progetti per il futuro, Michele?

Tantissimi. Vedi, ho finito il mio percorso a Boston e subito dopo le festività natalizie, che ho passato con la mia famiglia, ho di nuovo rivoluzionato la mia vita e ora vivo a New York per cercare di sfruttare le potenzialità di un posto dove, nonostante il covid, c’è sempre un grandissimo fermento musicale. Spero di poter dare il via a una nuova splendida avventura.

 

Ci terrai informati su ciò che farai, vero?

Ma ovviamente sì. Non mancherò. E poi… chissà!

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