La Resistenza spiegata a mio figlio di tre anni

Avatar
25 Aprile 2020
503 Visualizzazioni

Ho cercato di spiegare a mio figlio di 3 anni cos’è il 25 aprile per gli italiani e il concetto di resistenza per un popolo sottomesso. In poco meno di cinque minuti, ma credo abbia capito bene perché alla fine del mio piccolo monologo ha fatto due salti sul letto e urlato: «Papà è bellissima questa storia. Me la racconti di nuovo».

In quell’istante non mi sono commosso perché il nodo alla gola ce l’avevo già dopo il secondo minuto passato a cercare di tradurre i fatti in termini comprensibili per lui. Fortunato e piccino, tanto da non aver ancora avuto la necessità di sondare il significato della parola guerra. Che per lui vuol dire solo lottare con papà sul divano e finire a farsi il solletico l’un l’altro. Al massimo piangere perché, come dice la mamma, facciamo troppe acrobazie e a volte capita che ci si faccia un po’ male.

Insomma, per farla corta, da impaziente papà millennial mi sono tuffato senza rimorsi in una metafora abbastanza scontata ma efficace. Senza nemmeno attendere che mi proponesse uno dei suoi perché a matrioska: quelli per cui per ogni risposta c’è un altro perché. Così in breve ho tratteggiato le sagome dei super cattivi che costringono i buoni a fare quello che non vogliono fare e, sopratutto, li obbligano a diventare a loro volta cattivi.

In quegli anni, però, i malvagi non si aspettavano che alcuni dei buoni diventassero supereroi. In principio erano pochi. Magari solo il pollice e l’indice. Il loro entusiasmo, il loro coraggio, la loro felicità contagiò dapprima gli amici, poi gli amici degli amici. Uomini, donne, ragazzini. E a quelle due dita iniziali si sono aggiunte pian piano il medio, l’anulare e il mignolo. Poi una mano, due mani, tre e quattro fino ad arrivare ad un mondo di mani.

Finché i supereroi, grazie all’aiuto del popolo buono, non sconfissero i cattivi. Costringendoli a fuggire a gambe levate e riconquistando la libertà di fare, di dire e di pensare. Un tesoro per tutti: buoni, meno buoni e perfino per i cattivi.

Un regalo conquistato proprio un 25 aprile di tanti anni fa, grazie alla resistenza di quei supereroi che chiamiamo partigiani. Uomini e donne che credevano in loro stessi e in un ideale. E che, nonostante la paura e le scarpe rotte, andavano lassù in montagna anche con il rischio di finire sotto l’ombra di un bel fior.