Max Pezzali incontra Lo Stato Sociale: dialogo tra la Gen X e i millennial

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7 Giugno 2020
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Vederli insieme fa ben sperare: il vecchissimo Peugeot e il monopattino elettrico viaggiano appaiati sulla strada che tutti, dobbiamo percorrere

Il Bar, il Boombox, lo stereo estraibile in auto. Vietato parlare di fattore nostalgia senza citare il vate degli anni 80 e 90, Max Pezzali. Vietato parlare di band finalmente non distopiche nell’epoca della trap distopica, senza citare Lo stato sociale.

Ecco perché, vederli insieme fa ben sperare: il vecchissimo Peugeot e il monopattino elettrico viaggiano appaiati sulla strada che tutti, più o meno, dobbiamo impegnarci a percorrere in questa ripartenza post Covid-19.

Se il secondo tempo di Max Pezzali cominciava nel 2010, il primo tempo dello Stato Sociale non è nemmeno a metà. Ma c’è abbastanza saggezza per capire che è arrivato il momento della Grande Alleanza tra le generazioni.

Evocativo, carico di groove e con firme di pregio nei featuring, Una canzone come gli 883 è il singolo che dà vita al progetto DPCM Squad nato per volontà di Max Pezzali e Lo stato Sociale per dare voce ai lavoratori del mondo della musica che hanno visto azzerati i loro concerti e i loro già fragili mercati discografici a causa del Covid-19.

Una iniezione di leggerezza unita a bella musica e arrangiamenti di alto profilo, bei nomi dell’italiana contemporanea. Quando i fattori in gioco sono questi il botto è certezza.

il timing del pezzo viene scandito da un bel drumming caratterizzato da una cassa tosta e rotonda unita ad un rullante secco, definito ed un po’ doppiato con il charlie in 4 a scandire il tutto mentre il pulsare del basso, rigorosamente in levare, dona profondità e definizione al mood.

Le parti chitarristiche, fondamentalmente suddivise in ritmiche in power chord e rif un po’ acidi, regalano quel graffio rockeggiante pensato per arricchire l’impatto dell’arrangiamento e le varie incursioni dei partecipanti all’idea colorano splendidamente il tutto con lo stesso Max Pezzali, sul finale, che inserisce un cameo carico di ricordi.

La storia, per chi se la fosse persa.

DPCM Squad: UNA CANZONE COME GLI 883
È IL TITOLO DEL BRANO PRODOTTO DA BOSS DOMS 
IN USCITA IL 5 GIUGNO
TUTTI PROVENTI SARANNO DEVOLUTI AL FONDO SPOTIFY COVID-19  SOSTENIAMO LA MUSICA DI MUSIC INNOVATION HUB, PROMOSSO DA FIMI 

Le voci sono state registrate con i mezzi di cui ogni artista disponeva durante la quarantena: dal cellulare, al proprio home studio, sino al Forum Music Village di Roma.

Il video della canzone è stato realizzato da TITO FARACI e ROBERTO RECCHIONI, due star del fumetto (un grande amore di Max) affiancate dal regista GIORGIO TESTI. La copertina, infine, è stata realizzata da PAOLO OTTOKIN CAMPANA, che si è anche occupato della creazione del logo di DPCM Squad.

Tutti i proventi del brano andranno in beneficenza: il progetto supporta infatti l’iniziativa di Spotify COVID–19 Sosteniamo la musica, un fondo lanciato in tutto il mondo per individuare soluzioni a sostegno di artisti, musicisti, autori, tecnici, di coloro del settore colpiti dagli effetti della pandemia di Coronavirus.

Per ogni euro donato a Music Innovation Hub, infatti, Spotify ne verserà un altro, raddoppiando così i fondi messi a disposizione per sostenere il mercato italiano della musica.

«Da tempo avrei voluto fare una canzone con Lo Stato Sociale perché semplicemente li adoro; appena sono riuscito a comunicarglielo, Lodo in sole 24 ore aveva scritto questo pezzo. Mi piaceva da morire, parlava del mondo ai tempi degli 883; l’ho cantato, ma quelle parole pronunciate da me suonavano forse troppo autoreferenziali e celebrative, così ho pensato di metterla momentaneamente da parte in attesa dell’occasione giusta.

Quando è scoppiata l’emergenza e il mondo si è fermato, è bastato un giro di telefonate per capire cosa fare: perché non riunire un gruppo di amici veri e fidati, e cantarla tutti insieme?

E perché non provare ad aiutare tutti i professionisti del mondo della musica che ci hanno sempre dato la possibilità di andare in giro a far sentire le nostre canzoni?

Quelli che hanno montato i nostri palchi, che hanno dato voce ai nostri impianti, che hanno illuminato le notti di tutte le città in cui siamo stati, e che hanno portato al pubblico infinite serate di festa e di allegria? E così abbiamo fatto». Max Pezzali

«Sono un ragazzo cresciuto in centro, in una città di borghesia semicolta di sinistra. Sfiga quanta ne vuoi, provincia zero.
Sono vissuto per 18 anni tra casa, scuola e campo da basket, senza mai uscire dal quartiere. Bici quante ne vuoi ma moto zero.

Ho fatto la trafila di collettivi, centri sociali, concerti del 25 aprile e primo maggio, band liceali e occupazioni che in fondo ti immagini. Culo nel burro dell’Emilia di sinistra quanto ne vuoi, voglia di scappare zero.

Quando è esploso il fenomeno 883 e ha travolto tutti gli adolescenti d’Italia, io facevo la prima elementare. In classe mia “Hanno ucciso l’uomo ragno” era diventata “Hanno ucciso la bidella”, con tutto il testo cambiato: era diventata un po’ il nostro inno di ribellione. Le maestre scandalizzate provavano a censurarci, ma anche i più leccaculo di noi la cantavano forte. Una sorta di battesimo del rock’n’roll.

Sono cresciuto nel cuore della città più piena di cantautori per metro quadro del mondo, odiando quello che per me rappresentavano gli 883: il disimpegno, il divertimento stupido, il mito del successo anni ‘90. Tutto mi pareva così lontano dai miei Guccini e De Andrè, Jannacci e Rino Gaetano.

Poi sono andato in tour e ho capito la provincia descritta dagli 883.
Sono uscito dai miei quattro metri magici, ho suonato alla sagra della zuppa di Massarella di Firenze, a quella dell’anguria di Fara Vicentina, a quella del galletto di Gazzada Schianno, a Viterbo e a quella della birra di Fabrica di Roma.

Ho visto tutta la provincia di questo Paese, spesso in festival tenuti in piedi solo con la voglia, la colla e lo sputo, da ragazzi della mia età che si facevano il culo per regalare al loro paesello una parvenza di vita. Perché “con un deca non si può andar via” e allora provi a far succedere qualcosa che ti faccia sentire un po’ più “al centro del mondo”.

Ecco che grazie al primo tour de Lo Stato Sociale, partendo dal mio quartiere nel centro di Bologna per arrivare alle sagre più improbabili, ho scoperto che due mondi così lontani non potevano che guardarsi e capirsi.

In quei festival, oltre alla colla e allo sputo, c’era il lavoro vero, duro e pieno d’amore di quel mare di tecnici che in questo Paese rendono possibile scordarsi per una sera di essere solo un ragazzo di città o uno di provincia… e sentire di far parte di un popolo che grida ai concerti… e sentire che in fondo nessuno è solo.

Questo lavoro è pagato ma non è assicurato, e questi mesi senza concerti e senza paracaduti stanno mettendo in ginocchio la categoria.
Fai una cosa buona, valà».

Lodo Guenzi

Leggi la storia del progetto

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