Covid-19: la differenza tra fake news, esagerazioni, faziosità e pubblicità occulta

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17 Marzo 2020
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Non tutto è fake news ecco come riconoscere una fake da altri inganni e autoinganni quotidiani.

Forse era meglio quando in Italia erano tutti allenatori. Oggi con il Covid-19 beviamo cocktail giornalieri di fake news, simil bufale, e altre amenità, tra le quali anche la pubblicità ingannevole.

E improvvisamente diventiamo tutti virologi, statistici, epidemiologi, ingegneri logistici, esperti in crisis communication.

Ma fatela finita: è inutile mettersi a discutere di chi sia la colpa, siete voi, millennial, figli di una generazione altamente scolarizzata, che dovete capirlo al volo. Dire fake news, come se si trattasse di una novità è una cazzata di proporzioni colossali.

Abbiamo avuto decenni di informazione trash con pubblicità di creme che facevano crescere le tette o allungavano il pene o lo facevano diventare una stanga d’acciaio. Abbiamo letto di donne che partorivano cagnolini, di signori obesi che nascondevano una fotocopiatrice nello stomaco, di gente a cui era andato di traverso un pisello che aveva attecchito nei polmoni con radici, foglie e tutto.

A parte la genialità di chi le inventava allora (ben lontana dalla banalità di quelli che le producono oggi a nastro) tutti sapevamo che si trattava di cagate e però ci agganciavano nella lettura. Fine.

Oggi le fake news sono diventate lo strumento per screditare chiunque, per fare battaglie politiche o commerciali. Ma forse non tutte sono fake news sono solo pubblicità ingannevoli o semplicemente esche per boccaloni.

Prendiamo la storia della Vitamina C: negli anni Settanta si pensava davvero che fosse una specie di toccasana. E del resto la sua efficacia negli stati influenzali pur se mai risolutiva, era dimostrata.

Per questo l’audio che girava una settimana fa non era una fake news ma una forma di marketing di una nota casa farmaceutica, molto al limite della pubblicità ingannevole. Francamente indifendibile, ma che si muove sul confine tra fake news e reclame.

Dire che una vitamina funziona non vuol dire che provoca una guarigione immediata. Quel significato glielo abbiamo dato noi perché nel panico.

Al contrario, ora siamo tutti contenti perché il genio napoletano avrebbe scoperto che il farmaco per l’artrite reumatoide avrebbe portato benefici. Test effettuati quando è uscita la notizia: su 5 persone.

Il farmaco era già stato usato in Cina e faceva parte delle prime ricerche. Funziona, è vero ma non per tutti e soprattuto non è un farmaco per il coronavirus ma per le sue conseguenze più gravi.

In ogni caso la casa farmaceutica  ha preso a regalarlo a piene mani a tutti gli ospedali. Niente male come campagna pubblicitaria. Ovviamente un pezzo di verità da ribadire è che il farmaco funziona, ma è ovvio che tutti hanno pensato all’elixir di lunga vita.

Sono passate dai nostri telefoni anche migliaia di consigli miracolosi su come riconoscere se abbiamo contratto il Covid-19 e su come neutralizzarlo se si è stati a contatto. Rituali vari, dalla bevanda calda al gargarismo disinfettante. Cose certamente non risolutive.

Ora, va detto che abbiamo passato 10 anni di pubblicità internet basata su titolazioni iperboliche all’inizio ingaggianti poi ridicole.

Le vediamo ancora: «Perché bere acqua e zenzero ti renderà immortale, oppure Questa donna ha lasciato il lavoro e vive in Polinesia grazie all’acquisto di 200 euro di azioni Amazon, I segreti di Bill Gates per diventare ricco in sei mesi», e via dicendo.

Frasette assurde generate schematicamente da giovani stagisti delle agenzie di web marketing.

Ma oggi chi prenderebbe sul serio una pubblicità che tenta di venderci i bitcoin? Il dramma è che il linguaggio commerciale è diventato quello. E se non funziona più per le merci, ahinoi funziona per le emergenze, quando per essere rassicurato sei disposto a crederci comunque.

Il meccanismo psicologico si chiama bias cognitivo e più o meno significa questo: sono disposto a rinunciare alla mia razionalità e conoscenza per poter leggere le risposte che voglio sentirmi dare, anche se false, solo per stare più tranquillo.

Un meccanismo simile è la cosiddetta Echo Chamber, fenomeno dei social che porta a limitare le conversazioni soltanto a chi la pensa come me, escludendo, segnalando e bloccando chi esprime una opinione differente oppure mostra con i fatti che la nostra idea ha delle falle.

Poi c’è la manipolazione, che ha per protagonisti interessi politici, commerciali, giudiziari o finanziari. Un esempio recente è dato da un approfondito post virale scritto sui social da un famoso ex manager che poi pare averlo cancellato quindi non è citabile.

Ma sono discorsi che si sentono: discorsi che partono dal presupposto statistico che le persone che hanno avuto o hanno il virus in Italia non siano le 20mila registrate ma 200 mila, dieci volte tanto. Stima che si considera prudente perché asintomatici e coloro che hanno avuto sintomi lievi e quindi non conteggiati potrebbero arrivare a 400mila.

Questi dati ridurrebbero la mortalità a uno zero virgola e ridimensionerebbero anche l’impatto sugli anziani, anche se la loro maggiore vulnerabilità non è mai stata in discussione.

Al di là del fatto che la statistica è fredda e non umana la manipolazione sta nel fatto che non si può usare questa informazione per andare contro le norme di chiusura di un paese intero per un interesse economico. Perché il problema qui è che non ci sono i posti letto, e molti si salvano soltanto se il posto letto c’è. Semmai è il fatto che non ci siano, come non ci sono mascherine respiratori e altri presidi per riorganizzazioni scellerate di una sanità pubblica che tutti i governi hanno trascurato.

Insomma come vedete in realtà nulla è fake news, tutto è mezza verità, manipolazione, allarmismo che confonde o che non è abbastanza intenso.

(Nella foto: l’omaggio di Milo Manara al lavoro di medici e infermieri. Grazie per la foto)

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