Morto Camilleri, ecco le 5 cose che possiamo imparare dai suoi romanzi

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17 Luglio 2019
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È morto Camilleri, che ha avuto il grandissimo merito di mostrare al mondo una Sicilia nuova, quasi mitologica. Fatta di modi di dire, atteggiamenti e pensieri che solo su un’isola possono esistere.

Da siciliana quale sono, però, Andrea Camilleri ha insegnato qualcosa anche a me, perché è proprio vero che solo guardando dall’esterno si può conoscere qualcosa, e credo possa insegnarlo anche al resto del mondo.

Ecco le cinque cose che possiamo imparare leggendo i suoi romanzi.

1. “Catarella” è una categoria dello spirito

“Dottori! Stamattina tilifonò gente che addimandava di lei pirsonalmente di pirsona! I nomi ce li scrissi in questo pizzino.” Questa è una frase tipica dell’agente Catarella, emblema del poliziotto maldestro, un po’ ignorante forse ma dal cuore grandissimo. Chi di noi non si è sentito un po’ Catarella nella vita, sforzandosi al massimo delle sue possibilità ma fallendo spesso miseramente? Con questo personaggio Camilleri ci ha insegnato l’umiltà, l’ironia e financo la comprensione, perché il suo rapporto col commisario Montalbano è fatto di equivoci e guai conditi da inequivocabile affetto.

2. In Sicilia il cibo è sacro

Da siciliana posso dirlo, per noi il cibo è una religione e Camilleri lo ha insegnato al mondo.

I panini non sono cibo, l’insalata è solo per bellezza, la schiscetta è un’eresia. Il vero cibo è, nell’ordine: cotto a forno, unto, saporito, preparato al momento. Provate a leggere un romanzo della serie di Montalbano e vi verrà subito fame di pasta con le sarde, arancine e parmigiana anche se è il 15 di agosto.

3. La lingua crea universi paralleli e fa disperare i traduttori

La prima volta che ho letto Camilleri ho capito metà di quello che leggevo, perché il dialetto utilizzato ha influenza agrigentina e, ve lo dico, in Sicilia i dialetti sono moltissimi. Quindi immaginate cosa sia stato per i traduttori stranieri ricreare questa commistione italo-sicula… un incubo! Tuttavia è proprio questo particolare impasto linguistico a caratterizzare i libri del Commissario Montalbano, che senza i suoi “cabbasisi” e “ralogi” non sarebbe lo stesso.

4. Il dialetto non è una brutta bestia

Tutti pensano che in Sicilia si parli solo dialetto. Al contrario, ai bambini siciliani viene spesso fatto espresso divieto di parlarlo, pena il rimprovero di insegnanti e parenti scandalizzati. Quindi, sapere che grazie a Camilleri il verbo “babbiare” (scherzare) è entrato nel dizionario, ci dovrebbe rincuorare tutti e farci rivalutare il siciliano e i dialetti in generale.

5. “Da quando non ci vedo più, vedo le cose assai più chiaramente”

Queste le parole di Camilleri che, ormai cieco, ha deciso di scrivere “Conversazioni su Tiresia”, un libro e poi uno spettacolo messo in scena al Teatro greco di Siracusa. In questo monologo lo scrittore ha impersonato l’indovino cieco dell’epica, insegnando che la vita e la passione possono superare ogni limite, anche fisico.

Sicuramente i libri di Camilleri ne terranno sempre viva la sua memoria ed entreranno nelle letterature italiane del prossimo futuro. Noi per adesso ce lo immaginiamo a fumare tranquillo in quello che aveva descritto come il paradiso per Montalbano. E quindi forse anche per se stesso: “il paesaggio rasenterebbe la sicilianità visiva, che pace! Montalbano me lo immagino disoccupato, circondato da un placido volteggiare di anatre. E una tazzina di caffè fumante”.

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