Nati negli Anni 80: noi, quelli con l’attesa incorporata per cui 80 sarà l’età della pensione

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2 Dicembre 2017
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Revisionismo generazionale malinconico: i venti-trentenni di allora si lamentavano. Ma la vita è più dura per noi: incursione amarissima nel double standard del momento

Come cantavano i Queen, It’s a hard life. Si caro Freddy Mercury, avevi proprio ragione la vita è dura, soprattutto per noi nati negli Anni 80. La nuova generazione di sbarbati non conoscono la fatica e le difficoltà che la vita presenta tutti i giorni, maledetti!
Prendiamo ad esempio la tecnologia. Ora vuoi organizzare un’uscita con gli amici, facile basta un touch, noi invece dovevamo dare il via a una catena telefonica. A proposito, vi ricordate il gioco del telefono?! Dove il primo diceva nell’orecchio del compagno di banco la parola Hulk Hogan e l’ultimo, che chiudeva il gioco, se ne usciva tutto fiero con Maurizio Costanzo. Rimane un mistero quello che succedeva nel mezzo. Così accadeva per gli appuntamenti, solo una percentuale di eletti riusciva a passare un divertente pomeriggio al cinema o a giocare a calcio all’oratorio fra un sacchetto di caramelle gommose e un Estathé, gli altri restavano ore, giorni ad attendere il resto del gruppo. Si narra che alcuni ancora oggi vaghino sullo stesso marciapiede lavorando come ausiliari della sosta, il lavoro è certamente una copertura loro vivono ancora nella speranza di andare con gli amici a vedere la prima di Jurassic Park, vorrei mandare loro un imbocca al lupo e un forte abbraccio.

L’insostenibile lentezza di Prince of Persia

E che dire dei videogiochi Anni 80? Un confronto impossibile quello tra videogiochi degli Anni 10 e quelli vintage Anni 80. Oggi sono una vera e propria realtà parallela, con una grafica pazzesca a risoluzione stellare. Non fai in tempo a dare lo start che in pochi istanti sei proiettato in avventure di zombie sanguinari terrificanti, di sicari incappucciati che saltano da un tetto all’altro. Noi avevamo Prince of Persia che in confronto era un vecchio con deambulatore e bombola di ossigeno. Oggi gli under 18 si sparano match sportivi iper realistici che se stai troppo vicino allo schermo ti arrivano gli schizzi di sudore. Ma sempre niente in confronto ai nerd malati di Oculus, occhiali che li catapultano nella realtà virtuale.

Le grande attese

Tra l’altro, qualcosa non mi torna: quando ero bambino e passavo ore davanti alla TV mia mamma, dall’altra parte della casa, con i suoi poteri jedi mi diceva: «Non stare troppo vicino alla televisione che fa male agli occhi». A rigor di logica o mia mamma diceva delle boiate (Mamma stai tranquilla credo a te) o i cari Samsung, Google e sig. Zuckerberg hanno un piano segreto per rilanciare gli allevamenti dei cani guida. I nostri videogame al tempo in bianco nero (se eri fortunato o verde nero se usavi dei monitor di computer) graficamente erano una vera schifezza, più squadrati delle opere di cubismo di Picasso e Braque messi insieme. I protagonisti sembravano dei pazienti ortopedici. Ma il vero tasto dolente era l’accensione. Le attese potevano andare dall’ora di punta alle poste, fino alla coda di Abercrombie nei tempi d’oro.

La nota positiva che mentre si caricavano i nostri Out of Run o Frogger o Burger Time, (state calmi non mi sono dimenticato di Pac Man e Super Mario) noi potevamo giocare a nascondino, saltare sulle BMX o giocare a tradizioni antiche come Strega comanda color.
Come alla fine di ogni puntata del cartone animato He-Man c’è un insegnamento, noi nati nei negli Anni Ottanta sappiamo attendere a testa alta e i nostri politici l’hanno capito e per questo noi la pensione la vedremo a 80 anni.

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