La manipolazione attraverso i social, la moda e il divide et impera. La Grande Regressione allo stato scimmiesco è qui

Bernardo Pelasquier
8 Settembre 2020
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C’è un filo rosso che tiene insieme questi tempi di manipolazione continua dell’informazione: si chiama divide et impera ed è un vecchio motto romano riferibile a Cesare. Significa, banalizzando, più la gente si dividerà, più litigherà e più si odierà, più sarà facile governarne il cervello

Mettere gli uni contro gli altri è un’azione spregevole per millenni attribuita al rappresentante del male assoluto, il diavolo. L’aggiunta di una dose di piacevolezza narcisistica nel farlo è tuttavia una scoperta recente dei social network.

Il cerchio si è chiuso, anni di lavoro di persuasione diabolica hanno portato finalmente i loro frutti fetenti al peggior capitalismo che l’uomo abbia mai sperimentato, divenuto arte raffinata di distorsione della verità.

Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo è riuscito nella missione che pareva più difficile: piegare le ideologie nate dalle spinte umanitarie e religiose ai propri interessi biechi rendendo tutti più poveri e allo stesso tempo dipendenti dal consumismo più sfrenato.

Una nuova schiavitù a portata di GDPR, ossia volontaristica e digitale, della serie “ti prego padrone, toglimi l’acqua calda ma non la Smart e la borsa di Vuitton”. O della serie, “ti prego padrone fammi stare dalla parte dei buoni e conformi, fammi odiare i fascisti e i comunisti, e i sionisti e gli anarchici e i punk e i panafricanisti ovvero tutti quelli che non la pensano nel modo giusto per il Dio Mercato e che sono ribelli e che non potranno avere mai una Vuitton originale”.

Per leggere la realtà odierna forse è necessario davvero fare uno sforzo enorme ed è impossibile da chiedere a chi, a diverso titolo, influenza la già scarsa propensione al pensiero.

Insomma, inutile chiedere a Chiara Ferragni di pensare a quello che dice quando si esprime sul caso Colleferro. Anche perché poi pensi che la signora si è laureata alla Bocconi e ti rispondi che non c’è speranza.

D’altro canto è talmente facile uccidere il dissenso che perfino un virologo come Montaigne, uno che ha isolato il virus dell’Aids, che si dice sicuro della creazione del Covid a tavolino, è subito bollato come un povero vecchio rincoglionito. Con argomentazioni credibili? No senza alcuna argomentazione scientifica, mentre le sue argomentazioni sono inoppugnabili.

È sbagliato dire che il mondo ha virato a sinistra. Il mondo post globalizzazione, lucidamente descritto dalla canzone più visionaria dell’anarchico Fabrizio De Andrè, La domenica delle salme, ha resettato il senso di bene e male, ha sintetizzato questi tempi in una frase terribile e colma di verità: «Voglio vivere in una città, dove all’ora dell’aperitivo non vi siano spargimenti di sangue o di detersivo».

La pace capitalistica, la pace del mercato e della Finanza spregiudicata si deve vestire di un’idea nobile per poter continuare a manipolare, ma non ha nessun valore reale, solo cosmetica paraideologica.

Questo scenario si preparava da 30 anni. Da quando è caduto il muro di Berlino e tutto l’apparato dell’impegno politico e idealista è stato ficcato dentro lo stesso condotto fognario affinché non nuocesse più all’economia.

Il primo alleato di questa maxi operazione di persuasione diabolica è stata la creatività applicata al marketing. L’imposizione di modelli amorali di successo, di personalità ciniche e anaffettive dedite al culto del successo e del potere.

Tutta la carriera di personaggi come Oliviero Toscani ricalca perfettamente il disegno finale. Il messaggio sottotraccia è: io penso, io faccio cultura, io sono un eroe del mio tempo. E tutto questo mentre un flusso di denaro assurdo riempiva i suoi conti correnti (come quelli di fotografi una volta geni e ora alla gogna, ma sostanzialmente maniaci sessuali).

Oggi è il marketing disruptive di Alessandro Michele a passare per geniale. Esticazzi, non inventa niente. Il caso della modella Armine parte da un falso storico: non è per niente brutta ma il cinismo con il quale le si costruisce addosso una cintura al plastico pronta a esplodere ha qualcosa di più cinico della pulizia etnica.

Compiacimento nel creare apposta il body shaming per grattare la pancia di un’umanità triste che ha tanto bisogno di tirarsi su guardando gente che è ancora più triste. Come Oliviero Toscani, appunto, che fotografa la ragazza anoressica e raccoglie il bravo bravissimo dei radical chic e non certo delle famiglie che hanno perso qualcuno per anoressia, alle quali qualche marchio di abbigliamento sponsor non ha dato ovviamente alcun contributo se non da green washing.

Nel frattempo le grandi catene del fashion system creano indisturbate le più grandi ingiustizie sociali del mondo. E anche quando muoiono bruciati migliaia di operai al Rana Plaza, per assenza di finestre e uscite di sicurezza in fabbrica, abbiamo designer strapagati per scioccare la gente con qualche trovata macabra.

Perché è molto facile provocare con i pugni nello stomaco. Caro Alessandro Michele, non cancellerai decenni di immaginario sadomaso prodotto da Gucci e da tutto il gruppo monopolista del fashion con la scusa di portare avanti fotografi feticisti. Non lo farai con le tue teste mozzate del cazzo o con le tue povere Armine. Ma tanto ti daranno credito lo stesso, le influencer, le diavolesse vestite Prada dei giornali di moda, le parrucchiere anti parabeni e il loro circo di replicanti alla Blade Runner.

Il segno più in borsa è una costante del gruppo LVMH, cresce anno su anno a dispetto della crisi, ma succede per operazioni finanziarie che hanno poco a che fare con la moda. È una modalità tipica proprio del capitalismo strisciante che usa tutti i mezzi tranne il valore della verità per renderci schiavi di prodotti la cui realizzazione poggia sulle più grosse ingiustizie sociali del mondo.

E che cosa c’è di più oggi rispetto ai decenni scorsi? C’è appunto il divide et impera dei social network. La glamourizzazione della povertà dei rider di Glovo, la bulimia insanabile di quelli che Morozov chiama i Signori del Silicio. Clicca compra, condividi, vantati, poi puoi anche andare a fare in culo, tanto ho già tutti i tuoi dati e so che davanti a un borsello di Vuitton in monogram non saprai mai resistere.

Un mondo litigioso e diviso che fomenta l’odio degli uni verso gli altri e mentre lo fa accusa altri di fomentare odio. Scrivi che ci sono atlete cicciottelle e avrai  addosso l’esercito del politicamente corretto pronto a scorticarti, mentre i persuasori del marketing si fregano le mani, perché così possono finalmente spingere la loro linea di leggings dedicata alle curvy. Perché con quei leggings anche il colesterolo alto fa meno male.

Ma questo è un mondo bellissimo, “ti prego dio Mercato, toglimi i posti in terapia intensiva, ma lasciami i social network con cui posso sfanculare chi è più potente di me”. È la libertà di espressione in modalità orwelliana, sono finalmente libero di esprimere il mio sdegno verso chi non la pensa come me. Perché tutti siamo uguali, ma io sono più uguale degli altri.

Quanti altri casi di body shaming si creeranno apposta per poterli cavalcare con un brand? Infiniti. E quando tutto questo si ritorcerà contro queste menti malate, semmai succederà, la regressione allo stato di scimmia pazza sarà completa. E non vi sarà più alcuna differenza tra il terzo millennio prima e dopo Cristo.

Ma ci sarà indiscutibilmente un vantaggio: non sentiremo più nessuno prendersela con trotzkisti, nazisti, sionisti, sovranisti, fashionisti. Non perché questi non abbiano colpe in quantità, ma perché saranno lettera morta. Confuse e felici si aggireranno solo scimmie schiave con una regressione nel linguaggio, che speriamo almeno sia sufficiente a evitare la scrittura di qualsiasi post sui social.

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