Kurt Cobain anniversario morte: oggi, 25 anni fa, entrava nel “Club dei 27”

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5 Aprile 2019
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Oggi è il Kurt Cobain anniversario morte. Era il 1994. Alcuni di noi Millennial erano dei neonati mentre il mondo perdeva la mordente voce del grunge e il “Club dei 27” acquisiva ancora un altro membro.

And I swear that I don’t have a gun” cantava nella sua “Come as you are” il giovane Cobain, front-man solista dello storico gruppo dei Nirvana, anche se la pistola (per essere esatti, in realtà, un fucile) ce l’aveva eccome quella mattina del 5 aprile, quando decise di chiudere gli occhi per sempre sparandosi un colpo alla testa. Sul luogo del delitto (la sua abitazione di Seattle, dove viveva con la moglie Curtney Love e la figlia di soli due anni) venne ritrovata una lettera in cui scrisse di quanto per lui fama, successo, devozione dei fan e concerti risultassero un “cartellino da timbrare”, e di quanto di fatto tutto per lui fosse ormai ricoperto dal pietoso velo dell’apatia e dell’indifferenza.

Non che fosse mai stato uno particolarmente galvanizzato o entusiasta della vita. Le sue canzoni, fondamenta di quello che verrà poi chiamato grunge, sono un macabro inno alla depressione e al pessimismo. Chi oggi supera i 30 mente se nega di essersele sparate nelle cuffiette del walkman da adolescente, quando sembrava che niente nel mondo ti volesse ascoltare o capire.

Sulla vita e la morte di Kurt Cobain si è detto e stra-detto tutto. Ma forse non tutti conoscono il leggendario quanto maledetto “Club dei 27”.

Cos’è il “Club dei 27”?

Componenti: cantanti illustri. Segni caratteristici comuni: droga, alcool, rock’n roll e depressione. E la morte, giunta fatalmente per tutti a 27 anni quando per un motivo o per l’altro hanno improvvisamente deciso di togliersi la vita. Ciondolanti tra un profondo nichilismo e l’autodistruzione, ecco i nomi dei grandi “27 for ever”:

Bryan Jones (1942-1969)

Fu colui che ufficialmente scelse il nome “Rolling Stones” per quella che sarebbe diventata presto una delle più grandi band della storia. Chitarrista dalle corde blues, fu una sorta di primo manager del gruppo, prima di finire annegato nella sua piscina dopo l’ennesima notte di eccessi.

Jimi Hendrix (1942-1970)

Un genio, un rocker da manuale, la sua chitarra elettrica ha fatto vibrare anime e casse toraciche di migliaia di persone. Purple Haze è una di quelle canzoni che, quando la ascolti, pensi di non aver mai ascoltato niente di bello fino a quel momento. La sua esibizione a Woodstock, nel 1969, viene ricordata per la versione più selvaggia di sempre dell’inno degli Stati Uniti. Viene trovato morto nella sua stanza d’albergo, stroncato da una overdose di farmaci.

Janis Joplin (1943-1970)

Un’animo hippie bagnato di splendido blues, Janis Joplin ha fatto la storia grazie a successi come la sexyssima “Piece of my heart” e “Cry baby“, oltre che al suo fascino ruggente e una voce diventata subito iconica. Dice addio anche lei alla vita in una stanza d’albergo, con una dose letale di cocaina.

Jim Morrison (1943-1971)

Ormai, la sua fama da poeta è quasi maggiore rispetto a quella ottenuta con la musica. Le sue citazioni hanno riempito i diari dei Millennial di tutto il mondo, e la sua tomba al cimitero di Père Lachaise a Parigi è seconda per ornamenti floreali e dediche soltanto a quella di Baudelaire. Viene trovato morto nella vasca da bagno. La causa effettiva della morte, rimane tutt’ora un mistero.

Amy Winehouse (1983-2011)

Una Millennial a tutti gli effetti. Bella, giovane, talentuosa e ricca, ma con dentro di sé quella vorace tenia chiamata depressione che lentamente l’ha divorata, portandola via ad un mondo musicale a cui avrebbe avuto ancora tanto da regalare. Una voce cult degli ultimi anni e una presenza scenica importante, Amy Winehouse ha ammaliato milioni di fan con il suo “soul-pop prima di finire tristemente nel circolo vizioso delle droghe (le ha provate praticamente tutte, dicono, sulla scia del marito Blake Fielder). Muore in un giorno di primavera, ufficialmente per coma alcolemico.

A leggere queste storie si direbbe che sia una vita difficile, quella degli artisti. Una vita che nasconde ben altro dietro al luccichio dei riflettori e ai bagni di ego nelle folle. Oppure è davvero colpa della maledizione del 27?

Maledizione o no ora, tutti loro, hanno l’eternità.

 

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