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Il limbo dei cuccioli di lupo: intervista esclusiva ad Andrea Dalpian, regista del documentario Il Contatto

16 Novembre 2021
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Un film girato dalla parte dei lupi, per sfatare miti e leggende che riguardano un animale totemico che oggi vaga libero per l’Italia. Un racconto che segue il percorso dei cuccioli trovatelli Ulisse e Achille nel loro “contatto” con l’uomo e la natura. 

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

I protagonisti sono due cuccioli di lupo, Achille e Ulisse, trovati abbandonati dai genitori nella primavera del 2016 e rimessi in libertà dopo un anno di cure. Due lupi che “comunicano”: questa volta il doppiaggio è quello della sola natura.

Parliamo del film Il contatto del regista Andrea Dalpian che, grazie al Centro Recupero Fauna Esotica e Selvatica di Monte Adone e alla casa di produzione indipendente POPCult, ha realizzato un’impresa quantomeno ambiziosa. Quella di raccontare, tra dubbi, dibattiti e conflitti territoriali, la singolare avventura di due cuccioli di lupo nel loro viaggio verso la libertà. 

La modalità è quella del cinema sperimentale: no alle voci fuori campo e no ai suoni artificiali. A a parlare è la foresta con i suoi rumori di fondo e le sue atmosfere incantate, un luogo dove la presenza dell’uomo è lontana e non si autorizzano intromissioni. 

Andrea, che cosa ti ha portato a girare Il Contatto? 

La storia parte da lontano. Io sono un filmmaker a 360°, soprattutto di documentari. Tendenzialmente giro opere indipendenti, per cui tratto sempre da vicino tematiche oggetto di discussione. Diciamo che la curiosità è il motore principale della mia vita. 

Spiegaci come è nata l’idea di realizzare un documentario sui due cuccioli di lupo ospitati al Centro Monte Adone.

Con il Centro Monte Adone collaboro, assieme alla casa di produzione PopCult, da ormai più di dieci anni. L’arrivo di questi cuccioli ha dato vita ad un vivace dibattito anche in ambito scientifico: ci si chiedeva se i due esemplari sarebbero stati in grado di fare ritorno al loro habitat naturale. Siccome si trattava di una bella sfida per il Centro, abbiamo pensato di documentare la loro permanenza per custodire questa storia come modello di studio per il futuro. Lo abbiamo fatto nella maniera più distaccata possibile, proprio perché la condizione base per cui un animale riesca a tornare in natura è evitare che si leghi all’uomo e che dipenda da lui.

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

Icuccioli non si hanno realmente percepito la tua presenza durante le riprese?

Questo è un discorso complicato. Tutti gli animali si rendono conto della nostra presenza, anche perché usano i sensi in maniera diversa da noi. La mia presenza è sempre stata distante, certo, in modo da non avere interazioni fisiche dirette con loro. Però, dati i loro “superpoteri”, io per loro sono un odore riconoscibile. Questo è inevitabile. 

 Pur senza un’interazione diretta, qual è stato il tuo rapporto con i lupi?

Io mi recavo vicino alla loro recinzione cercando di capire quando fossero i momenti adatti per fare delle riprese, sempre rispettando i loro tempi e cercando di non invadere i loro spazi. Li ho visti crescere e diventare lupi adulti. È stata una bella avventura, anche dal punto di vista tecnico: è un modo di operare diverso rispetto allo standard cinematografico del documentario naturalistico. 

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

Perché? Spiegaci la differenza.

La differenza sostanziale è che in un documentario naturalistico siamo in natura, qua siamo in una specie di limbo. In natura gli animali dettano le condizioni, decidono di avvicinarsi o di allontanarsi, perché, se vogliono, possono andarsene.

In questo caso i lupi avevano uno spazio limitato, quindi stava a me capire se rimanere o andare via. Mi ponevo sempre molte domande: «Oggi mi avvicino? Oggi forse è meglio di no?». Sebbene abbia reso più complicato il lavoro di montaggio e di post-produzione, la priorità è sempre stata quella del rispetto degli animali.

Come si riesce a girare un film di qualità se hai attori che “non collaborano”?

A volte proprio questo può creare momenti di frustrazione. Magari nel momento in cui stai facendo il montaggio, e con un ragionamento da cineasta pensi «potevo farla meglio questa scena». Poi però ti ricordi che il suo valore sta proprio lì. C’è un motivo per cui l’immagine è così e non potrebbe essere diversa.

Perché, secondo te, in questo film nessuno sentirà la mancanza degli umani?

Quello che ho notato in questi anni è che si cade sempre nel delirio antropocentrico: cosa stiamo facendo noi umani? Come lo stiamo facendo? Cosa fa bene a noi? Ecco, io ho voluto comunicare un punto di vista diverso. In fondo la vicenda è simile a quella di un film di fantascienza. È come se i lupi fossero atterrati da un pianeta alieno e dovessero ambientarsi nel nuovo mondo. Sono due cuccioli di lupo nella foresta che a un certo punto vengono rapiti da esseri sconosciuti: chi sono questi? Mi vogliono mangiare? Mi vogliono salvare? Mi mettono lì, mi fanno delle cose strane, mi portano cibo… e avanti così. Finché, dopo un anno e mezzo, mi riportano nel bosco e “ciao”, scompaiono. 

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

Qual è l’esperienza che vuoi farci vivere con Il Contatto?

La mia idea è proprio quella di far sentire lo spettatore come se fosse seduto in un bosco con i lupi. Poi la mente farà il suo percorso. Non essendoci voce fuori campo, nessuno ti aiuta a comprendere quello che sta avvenendo. 

Un film “muto” è davvero una modalità sperimentale di fare cinema? 

In realtà è proprio un piccolo ritorno al cinema delle origini. Certo, ora è visto come un lavoro molto sperimentale, ma è sempre così, ci dimentichiamo del nostro passato. Adesso è completamente fuori dagli schemi e dai ritmi di quello a cui siamo abituati. Ma penso possa essere la caratteristica che lo rende unico.

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

Ritieni che Il Contatto sia un contributo al dibattito sul ritorno a casa nostra di questo predatore?

In realtà il film è la cosa più neutra che abbiamo fatto. Dopo la visione del lungometraggio, però, si apre sempre un dibattito sui problemi e i possibili pericoli. È un animale che fa scaturire emozioni contrastanti, che affascina e che spaventa allo stesso tempo. Ma il territorio italiano è molto industrializzato, e noi siamo lontani dalla natura da molti decenni. Quindi c’è tantissima malainformazione a riguardo. 

Il ritorno dei lupi è una sorta di “vendetta” della natura?

È una conseguenza del ripopolamento degli ungulati come cervi e caprioli… Quindi, semplicemente, più cibo disponibile significa più lupi. È un ciclo completamente naturale, nulla che non abbiamo imparato alle elementari. Ci sono i classici momenti in cui escono fake news di ripopolamento forzato, che nascono proprio da questa mania di protagonismo degli umani. Insomma, non riusciamo proprio a pensare che gli animali possano nascere, crescere, spostarsi, far cuccioli e mangiarsi altri animali. Ci spaventa perché non abbiamo sotto controllo la situazione. 

Spiegaci il perché di questo titolo, Il Contatto.

Io vedevo nel Centro di recupero una sorta di spazio neutro che stabilisce un contatto, appunto, tra due mondi. Come se fosse una parentesi di convivenza tra uomo e animale selvatico limitata nel tempo, perché loro dovranno tornare nei boschi e noi alla nostra vita. Tra l’altro, il film inizia con l’immagine di uno dei due cuccioli di lupo che, dopo essere stato salvato, dorme tra le mani di Elisa Berti, la ragazza che da anni gestisce questo Centro. Il calore della mano che lo fa dormire, insomma… quello è il contatto.

Un consiglio allo spettatore impreparato?

Non sforzatevi di trovare una trama. Lasciatevi andare come se foste realmente lì a guardarvi intorno. Cercate di entrare in un altro vissuto del tempo, ovvero quello degli animali. Vorrei che vi faceste “attraversare” dal film.

Photo courtesy Centro Monte Adone e POPCult

In conclusione, Il Contatto punta a farci vivere un’ora di esperienza sensoriale immergendoci nel mezzo della natura incontaminata, liberi dalla distrazione di qualsiasi artificio. In questo documentario non si mira a indirizzare il pensiero dello spettatore verso orizzonti precisi: la mente trova spazio soltanto per i sensi e per la primordialità delle percezioni.

Il lavoro di Andrea Dalpian sarà proiettato in anteprima al Cinema Orione di Bologna il 4-5-6-7-8 dicembre 2021, per proseguire poi con un tour nelle altre sale d’Italia da gennaio 2022. 

Link per prenotare il posto in sala: https://cine-teatro-orione.reservio.com/#schedule

Trailer: contatto-vimeo-trailer-ita_sOcZG5Zw

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