Le 4 cose che avrei voluto fare durante l’easy test HIV

7 settembre 2018
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Per una serie di circostanze una mattina mi convinsi di essere sieropositivo al 40% (a questa precisa probabilità ero giunto fissando il soffitto per tutta la notte). Era arrivato il momento dell’easy test.

 

Avevo sentito parlare dell’easy test HIV a Milano: ti presenti nei laboratori di viale Jenner alle 8, dai il tuo nome di battesimo, ti accodi, ti chiamano, ti appoggi un tampone sulla lingua, aspetti venti minuti, ti dicono sì o no. Durante i venti minuti di attesa ho vissuto come un vigliacco in trincea: meglio che non becchino nessuno ma, se devono beccare qualcuno, meglio quello di fianco. Non una parola, il piede che tamburellava.

 

Eppure, durante questo test HIV, avrei voluto:

1. Fumare, fumare, fumare e ancora fumare. Dio, che voglia di una sigaretta, l’ultima da inconsapevole, l’ultima da sano, e poi un’altra. Il problema è che non puoi ingurgitare liquidi, solidi o gas venti minuti (arrivi a odiare i “venti minuti”, nel corso dell’easy test) prima del tampone, per non falsare il risultato. Quindi ho acceso l’ultima quando mancavano ancora 25 interminabili minuti alle 8 (ero il capofila, ero arrivato alle 7:30) in modo che i 4 minuti medi per una sigaretta mi lasciassero altri 60 secondi di sicurezza. Per poi lambiccarmi comunque, una volta scoperto che grazie al Cielo ero negativo, sulla possibile invalidazione dell’easy test causata dal mio stronzissimo tabagismo.

2. Parlare coi miei compagni di angoscia. C’era un silenzio iperbarico, niente pacche sulle spalle o certo che questo test è comodo o siamo tutti sulla stessa barca o con i progressi scientifici ormai è come il diabete, vecchio mio. Una dozzina di ragazzi camminavano in su e in giù, scansandosi a vicenda, poi cercavano di passare davanti a chi li precedeva nel turno, e sospiravano. Avrei dovuto stappare una bottiglia, brindare, sbronzarmi, abbracciarli, farmi abbracciare, citare con la lingua grossa i samurai che tanto si muore tutti in fretta ed è meglio andarsene con valore, ingurgitare MDMA perché anche l’orrore mi apparisse giusto, bello, evangelico e ballare e fare l’amore con un profilattico ultrasottile.

3. Non telefonare ai miei genitori. Poveracci. Cristo Santo, ormai hai 32 anni, cazzo, lasciali fuori da questa cosa. Aspetta venti minuti, soltanto venti minuti da quando hai fatto l’east test, e se va tutto bene gli avrai risparmiato un tuffo al cuore. Cosa avrebbero mai potuto dire? Sarai negativo; al massimo lo cureremo; tra pochissimo lo saprai; vedrai che andrà tutto bene. Futuri semplici, speranze, razionalizzazioni, banalità. Non ce l’ho fatta. Le volevo sentire, quelle banalità, ci siamo cresciuti tutti, coi futuri semplici, e continuiamo a farlo, anche quando le speranze ce le sussurriamo da noi stessi. Avevo tanto bisogno di una poppata.

4. Credere nell’easy test. Il fatto è che una roba che a noi nati negli ’80 ci hanno presentato come un Alien che ti entra dentro al sangue se non fai il bravo e quello spot col contorno viola che passa di persona in persona e il tù tù tù di sottofondo, quella roba lì non ti sembra possibile che te la rilevi un cotton fioc che non t’assorbe nemmeno mezzo scaracchio. Saliva, ti rendi conto?, semplice, trasparente, asettica saliva. Non vogliono soldi. Possibile? Non vogliono cognome. Saranno seri? Scandagliando in rete, anche dai più ansiogeni forum di cybercondriaci veniva fuori che il test era affidabile. Tuttavia, il lunedì sono andato in un laboratorio analisi tradizionale, ho sborsato i miei 20 euro ricavandone una vaga sensazione di giustizia, ho visto la provetta colorarsi di quel liquido rosso dove mi è stato insegnato stia immerso l’orco, ho aspettato altri quattro giorni in tiepida angoscia, ho ritirato il referto col mio nome e cognome scritti nero su bianco in testa alla pagina, e solo a quel punto mi sono convinto. Quasi.

 

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