Che cos’è la cybercondria e perché devi smettere di cercare i sintomi su Google

The Millennialist
2 Gennaio 2018
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Quel gonfiore da eccesso di cotechino, quel fegato che grida vendetta, le gambe che sugli sci fanno giacomo giacomo. L’anno è iniziato da 36 ore e tu sei già impegnato a cercare i sintomi su Google, eh?

Cercare i sintomi su Google sentendosi già addosso malattie terrificanti e imbarazzanti è un classico di questo periodo dell’anno. Come il grande Billy Bob Thornton nei panni di Terry Lee l’evaso ipocondriaco di Bandits (foto) vi aggirate sul web con la vostra secchezza delle fauci in cerca di risposte. Ma è davvero una buona idea? Provate a chiederlo direttamente a Google. Digitate “googlare sintomi” nella barra di ricerca di Google e troverete una prima pagina piena di titoli eloquenti il cui senso è «mai cercare i sintomi su Google».

Non ravanare nei tuoi sintomi

In pochi secondi, capirai che ravanare i tuoi sintomi è una grandissima pirlata. Eppure. Eppure l’1% di tutte le ricerche di Google, quindi effettuate da parecchi milioni di pirla come te, sono correlate a sintomi di malattie.
Del resto non è neppure vero che non ci sono aspetti positivi nel cercare su google i sintomi e info di salute. Google è un potente strumento di informazione e dovremmo farlo funzionare a nostro vantaggio quando si tratta della nostra pelle.

Ma Google ci può aiutare davvero?

Tendenzialmente NO, dicono i medici. I quali, si sa, pensano che, come diceva Martin Heidegger, «chi si cura leggendo letteratura medica divulgativa merita di morire per un errore di ortografia». Intanto, al di là del danno a noi stessi, che possiamo essere ipocondriaci creduloni, possiamo far male ad amici e parenti. Il 50% delle ricerche infatti è diretta a capire di sintomi di qualcun altro. Detto ciò non si può escludere che le diagnosi dilettantesche fatte da persone intelligenti sul web siano azzeccate. Ma Google potrebbe essere uno strumento utile se, e solo se, sapessimo come valutare le informazioni che troviamo e soprattutto non dare di matto emotivamente mentre leggiamo.

Cosa sappiamo sui sintomi che cerchiamo su Google

Una volta googlati i sintomi, per esempio, di un mal di testa, tutto dipenderà dalla nostra ansia. È lei la bastarda che deciderà se il nostro mal di testa è un’emicrania o un tumore al cervello. Se non abbiamo mai provato quella sensazione (piuttosto improbabile) la nostra ansia sarà maggiore. Se abbiamo anche solo un 2% di nozioni mediche, la nostra reazione sarà più pacata e saggia.

La cybercondria

il fatto è che cercare i sintomi su Google può generare un ulteriore disturbo, totalmente psicologico. Una patofobia (paura delle malattie) che prima di internet non c’era e che è indotta dalla dovizia di descrizioni e foto presenti sul web. È la cybercondria che sostanzialmente consiste nell’interpretare erroneamente i normali fenomeni del corpo come una grave malattia come reazione alle informazioni raccolte online. Il termine si riferisce anche al fenomeno della ricerca compulsiva e frenetica di informazioni mediche on line. I cybercondriaci possono arrivare a picchi terrificanti (e spesso comici) di preoccupazione, anche dopo le rassicurazioni di uno o più medici. È tipico per esempio, prenotare consulti da luminari, senza però mai riuscire a cambiare la propria convinzione che quello che si è letto online sia corretto e devastante.

Perché lo facciamo?

Ma quanto sappiamo davvero su ciò che motiva le persone a cercare i sintomi sul motore di ricerca? E soprattutto, che cosa cavolo fanno, DOPO? Un sondaggio Pew del 2013 ha rilevato che circa il 35% delle persone ha cercato dei sintomi online allo scopo di fare una diagnosi. Di questi picchiatelli, circa il 46% ha deciso di andare dal dottore in seguito alla ricerca. Il 38% ha deciso invece di affrontare da solo la ferale notizia dell’esordio del malanno. Gli autori del sondaggio Pew sottolineano lo studio non è stato progettato per determinare se Internet ha azzeccato o no la diagnosi, ma per capire la frequenza si usa il Web per cercare i sintomi.  Più della metà delle persone che hanno usato internet con chiavi mediche, stavano in verità cercando i sintomi di qualcun altro. Molti medici americani considerano questa azione ottima se svolta dalle badanti private, perché possono così supplire a eventuali lacune nella loro formazione.

Se cerchi i sintomi cerca anche le cure, no?

Eppure, nonostante tutte le ricerche e i sondaggi, ci sono ancora domande senza risposta. Per esempio, non si capisce perché le persone che cercano i sintomi su Google finiscono per non cercare le cure.  Ovvero quelle che cercano cure e rimedi non sono le stesse che hanno cercato le diagnosi. Di certo si sa soltanto che il “googling” delle malattie fa aumentare di brutto l’ansia. A sua volta porta a cure mediche non necessarie, con pazienti che pressano i loro medici di base per farsi prescrivere trattamenti specifici di cui hanno letto sul web prodigi miracolosi. 

Fermiamo le macchine?

Eliminare in toto la ricerca del sintomo su Google oltre che impossibile forse non è nemmeno utile. Quindi a meno che non siate nel pieno del panico (e allora vi può tornare utile una poderosa terapia comportamentale), se vi state accorgendo della vostra preoccupazione ma non è ancora un pensiero disturbante, cominciate a riflettere su come scrivete la vostra ricerca dei sintomi. Ricordatevi che Google è solo un robot che ha imparato a capire che l’umano vuole sentirsi rispondere cose precise a domande precise. Se uno si è fissato che potrebbe avere un tumore al cervello e ne cerca i sintomi è facile che Google restituisca degli elementi che rafforzano la convinzione.

Cancellate le cronologie e cercate usando il buon senso

Formulare richieste neutre è sempre meglio. Cancellate le cronologie delle ricerche dei sintomi precedenti o utilizzate il browser in modalità anonima in modo che Google non ricordi che avete già cercato (e chissà quante volte) le caratteristiche della malattia. Cercate più fonti e non saltate più alle conclusioni. Del resto la regola dell’elefante bianco funziona anche qui: se dite a qualcuno di non pensare a un elefante bianco, quello penserà immediatamente a un elefante bianco. Dunque consigliare di NON cercare i sintomi su Google, non servirà. Ma allora imparate a fare bene le vostre ricerche. 

(Dati dell’Istituto Pew Research Center di Washington, riportati da Quartz)

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