Disturbi da social network: come funziona la dipendenza dai like

8 ottobre 2018
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A proposito di disturbi da social network, avete mai fatto caso al numero di volte in cui controllate le notifiche sul cellulare? Studi rilevano che tocchiamo lo schermo in media 2617 volte al giorno. Abbiamo la necessità di essere sempre connessi: non a caso il telefono si scarica in fretta. E anche il cervello dei Millennial non se la passa molto bene.

 

Ci lamentiamo della batteria che non regge, quando in realtà siamo noi che non resistiamo all’impulso di controllare. Vedere chi ci ha scritto, chi ha commentato la storia su Instagram, chi ci ha messo like allo stato di Facebook. Addirittura capita di vedere gente che cammina senza guardare la strada perché impegnata al cellulare. Mi auguro che abbiano sviluppato delle abilità uditive sopraffini, altrimenti non mi spiego come alcuni possano non schiantarsi.

Si tratta di una vera e propria compulsione e le teorie riguardo i disturbi da social network sono diverse.

Gli adulatori di Freud vedono nel toccare lo schermo la possibilità di dar sfogo agli istinti più nascosti; quello che lui identifica con l’Es, calderone ribollente di passioni, trova la giusta via di fuga quando tocchiamo lo schermo del cellulare. Se in maniera un po’ nevrotica forse funziona anche meglio.

Ma credo che il caro Sigmund potrebbe rigirarsi nella tomba a sentire queste forzature. I cellulari e i tablet ai suoi tempi non erano nemmeno pensabili.

Per i disturbi da social network le neuroscienze sono invece all’avanguardia, nettamente più forti. Identificano come ingrediente principale di questa sorta di compulsione la dopamina. Si tratta di un neurotrasmettitore bellissimo, che c’entra un po’ dappertutto. Lo troviamo in ogni tipo di dipendenza, nelle fasi più acute dell’innamoramento, mentre facciamo sesso (selvaggio o romantico che sia), quando mangiamo qualcosa che ci piace tantissimo… insomma, la dopamina viene rilasciata ogni volta che facciamo qualche cosa che ci rende – talvolta maledettamente – felici. Ma è un’arma a doppio taglio perché, al contempo, un rilascio eccessivo di questa cascata di felicità crea poi quella che si definisce, anche in gergo clinico, una vera e propria dipendenza.

Ecco come le neuroscienze spiegano il nostro attaccamento allo smartphone: vedere che la gente ci segue, mette like e commenta ciò che condividiamo, una qualche implicazione sul nostro Ego ce l’ha. E questo ci piace. E ciò che ci piace aumenta la dopamina, rendendoci dipendenti dalle notifiche.

Non che le relazioni umane non ci permettano di rilasciarne. Dicevamo che anche fare l’amore libera una bella cascata di neurotrasmettitori. Solo che con i social è apparentemente più facile, più veloce, più immediato.

Tipo quando da bambini si entrava nelle sala giochi d’estate: gettone, giochi, felicità.

L’ABC del condizionamento, che “digitiamo ogni giorno”, soltanto che oggi non entriamo più nelle sale giochi, ma nei social: login, sharing, felicità.

 

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