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Gli esports supereranno il calcio? Sembra solo essere una questione di tempo

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25 Dicembre 2020
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L’allarme – ammesso che di allarme si tratti – è già stato lanciato da più parti, con tanto di date certe.

Nel 2030 gli esports avranno superato il calcio? Sia in termini di praticanti che di fan base? Di certo gli sport elettronici stanno sempre più dilagando, sia tra i millennial che tra la generazione z, come dimostrano statistiche inoppugnabili e che abbiamo già accennato in un precedente articolo.  

Di sicuro numeri che si sono rafforzati in questo 2020 nel quale si è stati costretti a più riprese dai lockdown a rimanersene chiusi in casa. Non a caso piattaforme come Twitch quest’anno sono letteralmente esplose, così come la Playstation 5 è andata esaurita in pochi secondi in tutto il mondo, anche perché i cosiddetti esports non hanno un ambito esclusivamente sportivo, ma includono categorie comprensive di war games e tantissimo altro. 

La grande famiglia degli esports

Una recente ricerca sviluppata dalla società di ricerche di mercato globali Yougov e presentata all’interno delle attività dell’Osservatorio Italiano Esports ha rivelato numeri più che indicativi. L’Italia è il secondo paese europeo per fan base, 6 milioni di persone delle quale 1 milione e 300mila sono stati catalogati come hardcore games, ovvero la community relativamente più ristretta dei videogiocatori accaniti. Attenzione, non ci riferisce (soltanto) a nerd che rischiano di farsi sopraffare dalla cosiddetta sindrome di Hikikomori; ormai il fenomeno è tale che si deve parlare di professionismo ai massimi livelli.

Molti tendono a considerare gli esports soltanto una forma più evoluta dei videogiochi, un modo come un altro per tanti adulti per continuare a considerarsi bambini. In realtà c’è molto di più. Nel giro di due anni i montepremi dei tornei sono passati da un totale 1 milione e mezzo ad 11 milioni di dollari. Così come sono ormai ben più di 100 i giocatori di esports capaci di entrare nel club dei milionari per vincite accumulate.

Il business degli esports

Negli Stati Uniti molti college hanno già fiutato il business e propongono corsi e specializzazioni dedicati a queste discipline. Così come si parla con sempre più insistenza di un loro approdo alle Olimpiadi nel 2024, per tacere di tutte le altre competizioni e dei vari awards che vengono assegnati sia a livello nazionale che soprattutto mondiale; per arrivarci si deve quindi avere un approccio e una mentalità da atleta professionista, che non si improvvisano ma richiedono una applicazione monacale.

In Italia lo hanno capito le società Manpower Group (lavoro interinale) e PBL, acronimo per Power, Leadership e Balance, che hanno appena lanciato un progetto di formazione e di intrattenimento. PBL è stata fondata dagli ex calciatori Christian Vieri e Bernardo Corradi e punta a fornire tutti i requisiti e le consulenze necessarie per diventare professionisti negli esports, con tanto di supporto di coach, nutrizionisti e consulenti.

Ormai un atleta non è più da anni soltanto uno che corre o tira calci ad un pallone, ma una vera e propria azienda che deve strutturarsi per curare aspetti legali, diritti d’immagine, profili social e tanto altro ancora. Giocare sarà sempre più qualcosa di molto serio

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