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Su Internet non c’è più biodiversità e questo ha conseguenze anche sulla vita “reale”

16 Settembre 2021
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Il potere online si concentra nelle mani di poche e potenti organizzazioni. A farne le spese, è l’ecosistema del web.

Il mondo online sta vivendo un’inarrestabile espansione da più o meno 25 anni. Solamente nel 2020 il numero dei domini “.com” ha superato i 150 milioni e i dati odierni ipotizzano già più del doppio per l’anno che non è ancora finito.

Come mai allora questa crescita che procede a ritmo serrato nel mondo digitale si concentra solo attorno a un numero sempre più ristretto di organizzazioni?

L’ecosistema “.com”

Un esperto team di ricercatori australiani è sceso nella fauna della biodiversità digitale e ha scandagliato più di 18 miliardi di commenti online pubblicati su Twitter, Facebook e Reddit a partire dal 2006. Naturalmente, tutto ciò è stato possibile grazie alla sofisticata intelligenza artificiale.

La ricerca ha rilevato l’unicità dei link postati nei commenti con un coefficiente fra 0 e 1, laddove zero indica la massima diversità (ogni commento punta a un dominio diverso) e uno significa minima diversità (tutti i commenti puntano allo stesso dominio, per esempio youtube.com).

I risultati dello studio sono allarmanti: 20 anni fa nel web c’era molta più diversità, con oltre 20 link diversi ogni 70 commenti pubblicati. Nel 2020 si misura una media di appena 5 link diversi ogni 100 commenti pubblicati. Secondo lo studio, lo scorso anno il 60-70% dell’attenzione sui principali social si è focalizzata su meno di 10 domini.

L’ecosistema digitale dei siti web

La ricerca ha captato anche la struttura dei link che collegano tra loro i vari siti web:  analizzando oltre 25 milioni di connessioni negli ultimi anni, emerge che i primi 1.000 siti più visitati al mondo crescono di popolarità di mese in mese, a discapito dei siti più piccoli e meno conosciuti.

Ma nonostante questo il web continua a essere terreno fertilissimo per l’innovazione e lungimirante per il futuro: ogni giorno su internet nascono nuovi siti, nuove piattaforme e nuove skill. Oggi si può proprio dire: se non lo trovi su internet, non lo trovi proprio.

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L’ecosistema dei siti superstiti

Lo studio fornisce anche una certa misura riguardo il corso della storia del web. Mette infatti sotto lente d’ingrandimento come internet abbia mutato irrimediabilmente la propria vitalità: se nel 2011 il 50% dei siti creati 5 anni prima erano ancora attivi, nel 2015 questa percentuale si era ridotta al 3%. Oggi, rasenta l’1%.

Le dinamiche della concorrenza digitale sembrano quindi chiare: in 25 anni il web è profondamente mutato e ha perso la maggior parte della propria diversità, a scapito dei vantaggi dell’economia di rete. A farne le spese non è solo il mondo digitale, ma anche quello reale, visto che si tratta di due universi sempre più interconnessi.

La mancata biodiversità su internet

Perché se qualcosa va male su internet ne risente anche il mondo reale? Più facile formulare una risposta che porre la domanda, in questo caso. Il mondo del web è, tra le altre cose, anche la fonte primaria per chi cerca lavoro, casa, studi, shopping: è una vita oltre l’esistenza fisica, un tunnel infinito di possibilità che si esauriscono solo nel momento in cui non se ne usufruisce più.

Di conseguenza, se il contenuto è nelle mani di poche grandi macro realtà, si rischia di creare forti discrepanze e disequilibri che a lungo andare avranno conseguenze non solo sull’utente finale, ma anche su tutti gli intermediari che prendono parte alla vita online. Per esempio, tutti quei micro siti e domini che cercano, sgomitano e trovano un minuscolo posto a sedere di fianco ai colossi del web .com, .org.

Secondo i ricercatori australiani è quindi compito dei governanti promuovere lo sviluppo della diversità digitale, favorendo la nascita di servizi sempre nuovi e innovativi capaci di soddisfare esigenze e bisogni ancora irrisolti dei consumatori.

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